27 giugno 2019
Aggiornato 10:30
Le celebrazioni di Benedetto XVI

Cinquant'anni fa il «discorso della luna» di Papa Giovanni XXIII

A cinquant'anni di distanza dal Concilio con cui Papa Roncalli volle riformare la Chiesa, si continua a discutere. I documenti approvati dai padri conciliari sono stati oggetto di un dibattito decennale che, con l'elezione di Benedetto XVI, si è intensificato

CITTÀ DEL VATICANO - «Cari figlioli, sento le vostre voci. La mia è una sola, ma riassume tutte le voci del mondo; e qui di fatto il mondo è rappresentato. Si direbbe che persino la luna si è affrettata stasera...». E' passato alla storia come 'il discorso della luna'. Quella sera di 50 anni fa, l'11 ottobre del 1962, Giovanni XXIII concluse rivolgendosi a braccio ai fedeli raccolti in piazza San Pietro la giornata di apertura del Concilio vaticano II. Nel 1959, poco dopo l'elezione al soglio pontificio Papa Roncalli aveva annunciato - «a sorpresa», ricorda l'Osservatore Romano - l'assise di quasi tremila vescovi da tutto il mondo per un «aggiornamento» della Chiesa cattolica, poi conclusa nel 1965 da Paolo VI. Per ricordare quella «giornata splendida», Papa Benedetto XVI celebra oggi una messa solenne a piazza San Pietro.

A cinquant'anni di distanza, il Concilio continua a far discutere. I documenti approvati dai padri conciliari - 4 costituzioni, 9 decreti e 3 dichiarazioni - sono stati oggetto di un dibattito decennale che, con l'elezione di Benedetto XVI, si è intensificato. Da giovane teologo Ratzinger partecipò al concilio come perito teologico del cardinale Joseph Frings di Colonia. Espresse posizioni molto avanzate, ad esempio sulla collegialità dei vescovi. Come ha raccontato egli stesso nella sua autobiografia, la violenta contestazione studentesca del Sessantotto fece cambiare idea al giovane professore Ratzinger sul vento di novità che spirava dentro e fuori la Chiesa. Da prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, poi, Ratzinger fu chiamato da Giovanni Paolo II a difendere l'ortodossia della Chiesa cattolica. E appena eletto al soglio pontificio volle confermare, ai cardinali elettori, «la decisa volontà di proseguire nell'impegno di attuazione del Concilio Vaticano II, sulla scia dei miei Predecessori e in fedele continuità con la bimillenaria tradizione della Chiesa».

Un concetto che perfezionò in un famoso discorso rivolto per gli auguri natalizi alla Curia romana, il 22 dicembre del 2005, nel quale spiegò che che il Concilio andava interpretato non già con una «ermeneutica della discontinuità e della rottura», che «non di rado si è potuta avvalere della simpatia dei mass-media, e anche di una parte della teologia moderna», ma con una «ermeneutica della riforma», che vede l'evento conciliare in continuità con la storia e la tradizione dottrinale della Chiesa. Traduzione pratica di questa impostazione, per Papa Ratzinger, sono stati, negli anni successivi, la liberalizzazione del messale pre-conciliare, un più generale recupero della sacralità della liturgia, il tentativo di suturare lo scisma dei lefebvriani. Proprio su alcune conquiste del Concilio come l'ecumenismo, il dialogo interreligioso e il ruolo del laicato, però, le trattative tra Santa Sede e eredi di mons. Lefebvre (padre conciliare ed esponente di punta della minoranza conservatrice) si sono arenate le trattative.