2 aprile 2020
Aggiornato 21:30
La decisione era nell'aria già dal pomeriggio

Bossi salva Milanese e Governo: Maroni d'accordo per il no all'arresto

I maroniti: «La Lega viene prima di tutto, domani niente sorprese». Bossi: «Ticket Alfano-Maroni? Se Maroni ci sta... Ma non credo voglia prendersi una bega del genere»

ROMA - La decisione era nell'aria già dal pomeriggio, i toni dei deputati maroniani erano decisamente diversi da quelli battaglieri tenuti fino a ieri e preannunciata da Umberto Bossi prima ancora della riunione di gruppo: «Io voto per non far cadere il governo». Alla fine la riunione della Lega per decidere come votare sull'arresto di Marco Milanese dura meno di mezz'ora, e fuori dalla sala intitolata a Bruno Salvadori arriva il rumore di diversi applausi. L'annuncio della decisione lo dà il capogruppo Marco Reguzzoni: «Voteremo contro l'arresto senza se e senza ma». La spiegazione la dà Umberto Bossi: «Non vogliamo fare cadere il governo, e tanto l'inchiesta va avanti».

Gli argomenti usati durante la riunione dal Senatur - reduce dal faccia a faccia con Berlusconi a palazzo Grazioli - sono gli stessi, raccontano alcuni dei partecipanti: un sì all'arresto avrebbe conseguenze imprevedibili sul governo, senza alcuna certezza su cosa potrebbe succedere dopo. In sala nessuno obietta, anche perchè - spiega un deputato molto vicino a Maroni - «questa volta la decisione è stata argomentata, a differenza dal caso Papa». Insomma, dalla consistente ala maroniana del gruppo domani non dovrebbero arrivare sorprese: «Seguiremo le indicazioni», dicevano già nel pomeriggio. E anche se qualcuno, nel segreto del voto, dovesse comportarsi diversamente, «tanto ce ne sono molti di più dell'Udc che voteranno contro l'arresto...».

Ma che questa volta la decisione si sia dovuta provare a condividere, lo conferma lo stesso Bossi nelle dichiarazioni al termine dell'assemblea: «Se lo diciamo io e Maroni assieme, la base ci segue». Una novità assoluta per l'uomo che ha sempre incarnato nella sua persona tutto il movimento, e un riconoscimento evidente del peso del ministro dell'Interno, osservano i suoi. Maroni incassa, e al termine della riunione si limita a dire che «ha detto tutto Bossi».

In realtà, la speranza che il voto su Milanese potesse essere il turning point della legislatura, con il passo indietro di Berlusconi, i maroniti l'avevano coltivata a lungo. Confermata dai numerosi incontri di Maroni, ultimo quello di oggi con Bersani. Ma ora sono costretti a fermarsi: «Il partito viene prima di tutto, e ora siamo sotto attacco», dice uno di loro. Un altro deputato vicino al ministro dell'Interno spiega che «il passo indietro di Berlusconi per noi resta necessario. Ma non possiamo ottenerlo con l'assalto alla baionetta...». Un sentimento cui Bossi prova a venire incontro: il 2013 «mi sembra ancora troppo lontano», dice il leader della Lega, legando la durata del governo alla possibilità concreta di fare le riforme e aggiungendo sibillino: «Penso possa farle, ma non so cosa è andato a fare Berlusconi da Napolitano», dice il leader del Carroccio che pure ha incontrato il Cavaliere all'ora di pranzo.

Quanto alla possibile alternativa al governo del Cavaliere, ovvero il ticket Alfano-Maroni, Bossi se la cava così: «Questa non l'avevo ancora sentita, la sento da voi per la prima volta. Se Maroni ci sta... Ma non credo voglia prendersi una bega del genere». Del resto, già ieri uomini molto vicini a Maroni spiegavano che la «spallata» poteva arrivare solo con la certezza di un governo Alfano-Maroni con l'allargamento all'Udc: «Ma se Berlusconi non è d'accordo, gli bastano poche decine di deputati per mettersi di traverso. E se ormai la rottura c'è stata, restano solo le elezioni o il governissimo...».

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