23 agosto 2019
Aggiornato 01:00
La svolta della Corte

Delitto Meredith, nuova perizia sul Dna

Su gancetto e coltello. La Corte d'Appello di Perugia ammette che le prove forse contaminate

PERUGIA - E' una vittoria cruciale per le squadre legali dei due imputati, Raffaele Sollecito e l'americana Amanda Knox. Al processo d'appello di Perugia per l'omicidio della giovane Meredith Karcher sembrava essere diventato ormai un tabù l'argomento della contaminazione dei reperti fondamentali - il gancetto del reggiseno di Meredith e il coltello, presunta arma del delitto, trovato a casa di Sollecito. Una contaminazione che per tutto il primo grado di giudizio le difese di Amanda e Raffaele avevano sostenuto in udienza. Neanche lo spostamento da una parte dell'altra della stanza di Meredith del famoso gancetto - refertato solo dopo diversi giorni dall'omicidio - aveva convinto il Collegio e i Pm di qualche eventuale anomalia.

Cinque ore dopo le parole del Pm, la Corte d'Appello ha invece infranto il tabù, approvando la nuova perizia richiesta dai difensori per accertare se veramente su reggiseno e coltello c'è il dna autentico degli imputati. Prova cruciale poiché su questa base si fondò la condanna in primo grado. La Corte si è lasciata convincere pensando ad un principio fondamentale della giurisprudenza mondiale: «La colpevolezza deve essere provata ogni ragionevole dubbio». Il riferimento è all'articolo 533 del codice penale.

La individuazione del Dna su alcuni reperti - ha sostenuto il collegio - e la sua attribuzione agli imputati «risulta, invero, particolarmente complessa per obiettiva difficoltà da parte di soggetti non aventi conoscenze scientifiche di formulare valutazioni ed opzioni su materie particolarmente tecniche senza l'ausilio di un perito d'ufficio, donde la necessità di disporre una perizia d'ufficio».

Una scelta importante quella della Corte che ha fatto esultare prima gli imputati - Raffaele e Amanda hanno pianto di gioia - e poi gli avvocati. Per Giulia Bongiorno è una «svolta per approdare alla verità». Per Luca Maori, «finalmente tre anni dopo può iniziare il processo». E per Luciano Ghirga, è «Una vittoria per la verità».
La corte si è invece riservata di accettare nuove testimonianze tra cui la discussa presenza Mario Alessi, il killer di Tommaso Onofri, che avrebbe ricevuto in carcere a Viterbo le confidenze - con tanto di auto-accusa - di Rudy Guedé, l'ivoriano pochi giorni fa dichiarato colpevole dalla Cassazione per complicità nell'omicidio.