5 aprile 2020
Aggiornato 01:30
Direzione PdL

Bondi: bizantinismi e ambizioni personali

Il coordinatore mette sotto accusa i continui distinguo finiani: «Fra di noi non c'è dicotomia tra uomini liberi e servi»

ROMA - «Bizantinismi» e «formule» astratte, «cupio dissolvi» che ispira certe polemiche, «ambizioni personali». Sandro Bondi è durissimo con chi nel Pdl solleva critiche e obiezioni. In un intervento che infiamma la platea della Direzione nazionale, il coordinatore mette sotto accusa «i continui distinguo», «provocatori a volte», che arrivano dall'area finiana e soprattutto dalla Fondazione FareFuturo.

L'esordio era stato soft: «Siamo forti perchè siamo uniti. Sulle scelte di fondo non abbiamo mai registrato un dissenso incolmabile». Ma proprio per questo, inizia ad alzare i toni Bondi, «i nostri elettori oggi sono increduli, sconcertati e delusi rispetto a quello che sta accadendo, e ci chiedono cosa sta accadendo. Ma cosa sta accadendo: perchè si parla perfino di scissioni dopo una vittoria elettorale così incoraggiante, perchè?», si chiede.

E Bondi accusa: «C'è un divorzio di certa politica dalla realtà, dai bisogni degli elettori. Una certa politica finisce per diventare una sorta di nuvola speculativa avulsa dalla realtà. E' la sindrome che ha colpito la sinistra, dobbiamo far sì che non colpisca anche noi: pensare che è il popolo che sbaglia e va cambiato. Questa concezione ha portato la sinistra in un vicolo cieco».

Altra ragione «è il modo in cui il confronto è stato concepito». Per Bondi «la democrazia è necessaria in un grande partito come il nostro. I nostri successi sono innegabili, ma questo non vuol dire sottrarsi ai problemi: il confronto è non solo auspicabile ma necessario. E non è vero che non abbiamo accettato questo confronto: lo abbiamo fatto in modo aperto, costruttivo, nella comprensione delle ragioni degli altri alla ricerca di un cammino comune», dice Bondi nel passaggio più applaudito, con Gasparri che si sgola: «Bravo!». Ma per il coordinatore «c'è chi porta la responsabilità di questo confronto fatto di distinguo sistematici, provocatorio a volte nei confronti della leadership di Berlusconi. Alcuni intellettuali, mai smentiti, hanno teorizzato il confronto come scelta tra due realtà inconciliabili, prefigurando un'altra destra, un'altra politica un'altra Italia in relazione al supposto tramonto di Berlusconi e allo strapotere del leghismo».

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