31 marzo 2020
Aggiornato 05:00
Tensione nella maggioranza

Fini battezza la sua corrente: ora An è finita davvero

Il Presidente della Camera: «Si apre una nuova stagione in mare aperto, prima boa la direzione»

ROMA - «Oggi prendo atto che l'esperienza di Alleanza Nazionale si è definitivamente conclusa». Lo scioglimento di An nel Pdl era stato sancito di fronte a tutto il partito, ma che la «comunità» di chi ha condiviso una vita politica e non solo appartiene ormai al passato, Gianfranco Fini lo riconosce davanti a poco più di 50 persone. Non ci sono gli ex colonnelli Ignazio La Russa, Altero Matteoli e Gianni Alemanno, non ci sono Maurizio Gasparri e Giorgia Meloni, e con loro molti altri che dal Msi ad oggi, passando per Fiuggi, hanno seguito la strada tracciata da Fini. Ma ora «si apre una fase nuova», spiega Fini, che passa proprio per la morte di An: oggi davvero i finiani affrontano quel «mare aperto» più volte evocato dal Presidente della Camera, da oggi «chi avrà più filo da tessere tesserà».

Il telaio su cui tessere è quello che Fini ripete da mesi: attenzione alla coesione sociale, attenzione al Sud, protagonismo del Pdl che si riappropria del suo ruolo ora appaltato alla Lega «dominus della coalizione», rispetto per le istituzioni, riforme condivise. Tutte istanze che il Presidente della Camera pone da tempo, «ma finora - dice Andrea Ronchi - le sue posizioni venivano strumentalizzate e quasi derise: noi rivendichiamo il diritto ad esprimere idee diverse». Diritto che passa per la nascita di una corrente finiana nel Pdl, anche se tutti, Ronchi in testa, chiedono di non chiamarla così. Ma che si chiami corrente, componente o minoranza interna, gli oltre 50 parlamentari che oggi hanno firmato il documento (ai quali vanno aggiunti 5 eurodeputati) si ritrovano tutti nella leadership di Fini, pur se con accenti diversi.

Su come finirà la Direzione di giovedì ancora nessuno si sbilancia: solo gli uomini di Gianni Alemanno danno al 30% la possibilità che si arrivi a votare due documenti contrapposti sulla base degli interventi di Silvio Berlusconi e di Gianfranco Fini. Una prospettiva che vedrebbe Fini - in quell'organismo - decisamente minoritario: dei 171 aventi diritto al voto, solo 17 dovrebbero appoggiare l'ex leader di An. Appena il 10%, contro il 30% della quota aennina su cui si è costituito il Pdl. Mancano gli uomini degli ex colonnelli, che oggi hanno lanciato un controdocumento sottoscritto da 74 parlamentari, anche se Giorgia Meloni assicura che «non è un documento anti-Fini».

Ma quella fase si è conclusa, e da oggi «si vedrà se siamo un partito in cui il dissenso è legittimo, o se siamo il partito del predellino in cui bisogna dire che tutto va bene». Nei prossimi mesi si capirà come Fini intende spendere questa pattuglia di parlamentari, magari facendo emergere sistematicamente i propri distinguo nell'attività parlamentare.

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