24 gennaio 2021
Aggiornato 17:30
Politiche per l'immigrazione

Fini: «Stronzo» chi discrimina. Necessario cambiare la Bossi-Fini

«Il Crocifisso in aula non dà fastidio, ma dico no all'imposizione delle religioni»

ROMA - «Stronzo»: per il vocabolario d'Italiano significa in modo volgare escremento umano, per il comune sentire è chi assume atteggiamenti o comportamenti lesivi della dignità e delle persone altrui. Per il presidente della Camera, Gianfranco Fini «stronzo» è colui che discrimina un altro per il colore della pelle o per il Paese da cui proviene. Chiunque lo faccia, è «stronzo». «Vi pesa essere qui? C'è qualche stronzo che usa qualche parola di troppo?», chiede Fini ai giovani extracomunitari del centro interculturale Semina Semina, a di Torpignattara, periferia est di Roma. E gli 'ospiti', in massima parte adolescenti e bambini cingalesi, cinesi, filippini, eritrei, restano basiti, giornalisti e anche il portavoce di Fini sbiancano. Eppure, il fu leader di An insiste, rincara: «perché se qualcuno lo fa, la parolaccia la merita: voi la pensate, io la dico».

ZERO SPAZIO AL CERIMONIALE - E la mente di chi vede Fini sullo scranno più alto di Montecitorio tutti i giorni o quasi va subito all'emiciclo, alla politica, alle polemiche sul white Christmas, alle dichiarazioni di tutti i giorni. Possibile che il politically correct oggi sia rimasto a casa, insieme ai pantaloni dell'abito di Fini, che arriva a Torpigna in jeans e giacca blu, con la cravatta ma con la camicia a righe? Evidentemente sì, perché nella ex scuola media di periferia, la politica non è entrata manco per niente. Nessun discorso da presidente, zero spazio per il cerimoniale: Fini si è buttato a corpo morto tra i ragazzi e ha fatto parlare loro e a uno ha detto persino che è «un bel paraculo», perché chi sfugge alle domande e ne pone in replica, come ha fatto il ragazzino eritreo, è proprio un «paraculo», in qualsivoglia tipo di Aula. S'è buttato Fini, perché «se non li ascolti, se non vieni qui, non capisci».

QUELLI DI DESTRA SI CONVINCERANNO - E allora, quando gli hanno chiesto se «riuscirà a convincere quelli di destra» sulla bontà delle sue aperture sull'immigrazione, Fini ha sorriso e ha detto che «quelli di destra, ma anche qualche amico di sinistra» si convinceranno, «perchè di queste cose non puoi parlare dal bel salotto», dove la parola stronzo non la senti mai, nemmeno detta con la erre blesa o con il tono della voce un ottava più basso del solito. «Questi ragazzi - ha aggiunto ancora Fini, parlando con i cronisti al termine della visita - non hanno nulla di diverso dai loro coetanei: hanno gli stessi sogni e gli stessi problemi» e quelli di destra «si convinceranno», anche perché «fra un po' questi ragazzi saranno molti di più».

CONTRO L'INFORMAZIONE SUPERFICIALE - E' la generazione degli Andrea con gli occhi a mandorla, di chi si chiama con il nome di una divinità indù troppo difficile da pronunciare e che diventa allora semplicemente Lak, di chi va al liceo con il costume tradizionale del Bangladesh, figli d'immigrati in Italia che o arrivati neonati o quasi, gente che parla romanesco o milanese più che la lingua dei padri, ragazzi che Fini ha incontrato e dai quali s'è fatto dire che «il crocifisso in classe non da' nessun ascidio, a patto che nessuno voglia imporre la religione d'un altro». «Che replicare - è stato il solo commento di Fini - sono d'accordo, mi sarei preoccupato se avessero detto il contrario»: E allora basta con l'equazione «straniero uguale criminale», e sbattere nel titolo d'un giornale «il riferimento etnico accanto al brutto fatto di cronaca è un modo di fare informazione scorretto e superficiale», meglio che i media, è il ragionamento, si astengano.

CAMBIARE LA BOSSI-FINI - Resta però lo «scoglio normativo», parola che Fini non usa ma che ben definisce le barriere poste dalla Bossi-Fini. «Ne condivido ancora la filosofia di fondo, che è quella che dice che stai in Italia solo se hai un lavoro. però oggi farei un paio di modifiche». Una riguarda «i sei mesi dopo i quali, se perdi il lavoro, ti scade il permesso di soggiorno. Con questa crisi sarebbe meglio fare un anno». La seconda è uno snellimento burocratico: per Fini è da cambiare la norma che impone allo straniero il ritorno in Patria per il rinnovo della domanda di soggiorno. «Meglio sarebbe incaricarne ambasciate e consolati». Applausi, autografi, saluti e «ci vediamo alla Camera, venitemi a trovare».