28 gennaio 2020
Aggiornato 03:00

Terremoto in Abruzzo, morte e distruzione: oltre 150 vittime

Migliaia feriti-sfollati, soccorsi all'opera. Polemiche su tragedia

L'AQUILA - Ore 3.32. Per secondi interminabili trema la terra nel centro Italia, epicentro in Abruzzo, nel territorio di L'Aquila, ad 8,8 km di profondità. Il terremoto, magnitudo Richter 5.8, colpisce nel cuore della notte: crollano le palazzine, le case nuove o più antiche si accartocciano una sull'altra. L'Aquila è in ginocchio, devastate le frazioni circostanti, alcuni paesi, come Onna, sono rasi al suolo: oltre centocinquanta le vittime, più di 1.500 i feriti, nell'ordine delle centinaia i dispersi.

La scossa si è propagata in tutto il centro Italia, fino a Foggia, ed è stata seguita da decine di repliche, la più forte delle quali è avvenuta alle 4.37 con magnitudo 4.6, con diverse scosse di assestamento per tutto il giorno. La zona era oggetto da settimane, anzi in modica misura da ottobre, di una sismicità frequente, con uno sciame sismico dallo scorso gennaio e con centinaia di scosse tutte di modesta entità, fino alla scossa di magnitudo 4.0 dello scorso 30 marzo.

I soccorsi si attivano in pochi minuti (il capo della Protezione civile Guido Bertolaso dirà che «tutta la macchina si è mossa tre minuti dopo il sisma», il ministro dell'Interno Roberto Maroni di essere stato avvertito «entro mezz'ora dopo il fatto«). La Protezione civile riunisce a Roma il comitato operativo con Bertolaso: «E' una situazione drammatica, una tragedia senza precedenti in questo millennio, impossibile da prevedere», dice prima di partire con una squadra di tecnici alla volta de L'Aquila.

Le notizie appaiono subito molto gravi: già alle 5 si parla di «crolli e persone coinvolte», verso le 7 i carabinieri denunciano «decine di vittime», sono oltre 20 alle 10 di mattina, oltre 50 secondo le dichiarazioni di Maroni delle 12.20. Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi firma lo stato di emergenza nazionale ed in Abruzzo iniziano ad arrivare migliaia tra volontari della Protezione Civile, Forze dell'ordine e Vigili del Fuoco per aiutare nei soccorsi, scavando anche con le mani nude tra i calcinacci. Tutte le regioni italiane, dall'Alto Adige alla Sicilia, si mobilitano con uomini e mezzi per fornire gli aiuti necessari e per ospitare i feriti meno gravi. La Croce Rossa ha aperto on line una raccolta di fondi, e così anche tante associazioni private.

Ma è con lo scorrere delle ore che la tragedia si manifesta in tutta la sua drammaticità: l'ospedale de L'Aquila è seriamente danneggiato e i medici operano in strada, sempre nel capoluogo una palazzina di tre piani è implosa ed è parzialmente crollata la Casa degli studenti. Da qui per tutto il giorno, con una straziante alternanza, verranno recuperati cadaveri e persone vive.

Nei campi sportivi e nei parchi vengono approntate le tendopoli, bisogna correre contro il tempo: in totale in Abruzzo sono giunte almeno 2.000 tende per aiutare 10-15mila persone ad affrontare la notte ed il maltempo imminente, negli alberghi della costa sono stati requisiti circa 4 posti letto, arrivano i bagni chimici, vengono organizzati pasti per circa 18 mila persone. A L'Aquila e provincia i primi arresti per sciacallaggio nelle case abbandonate.

Diverse, nelle territorio dell'Aquila, le zone colpite dal violento sisma: in particolare, secondo la mappa tracciata dalla Protezione civile, oltre al capoluogo ci sono San Demetrio, Pizzoli, Rocca di Mezzo, Paganica, Fossa, Villa Sant'Angelo, San Gregorio, Poggio Picenza, San Pio, Barrile, Ocre, Rovere, Rocca di Cambio, Pianola, Poggio di Roio, Tempera, Camarda, Onna. Proprio in quest'ultimo centro la distruzione più grave: il paese, circa 350 abitanti con antiche case a mattoni, è raso al suolo e si contano 40 morti, tra i quali gente in vacanza e tre bambini.

Ancora si scava tra le macerie e già infurianole polemiche: l'eccezionale scossa di terremoto poteva essere prevista e la tragedia evitata? Gianpaolo Giuliani, dai laboratori di fisica nucleare del Gran Sasso, giura di aver visto in anticipo il dramma che si avvicinava. Lo aveva detto nelle scorse settimane ed era stato denunciato per procurato allarme. Il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, che aveva chiesto una «punizione esemplare» per «quegli imbecilli che si divertono a diffondere notizie false», ora è costretto a una posizione meno aggressiva, e spiega pacatamente che non esiste alcuna procedura scientificamente convalidata che permetta di prevedere i terremoti. Dalla sua ha praticamente tutto il mondo scientifico: dello stesso parere è infatti il presidente dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), Enzo Boschi e molti esperti del mondo accademico. Mentre il direttore dei laboratori del Gran Sasso dell'Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn), sottolinea che Giuliani non è un ricercatore, ma solo «un perito elettronico e che non è nemmeno un dipendente dell'Istituto che io dirigo».

Rimane però il fatto che il vice capo della Protezione civile, Bernardo De Bernardinis, una settimana fa aveva escluso la possibilità che la terra potesse tornare a tremare, se non per piccoli movimenti di assestamento. Una tragica sottovalutazione, accusa ora la presidente della Provincia de L'Aquila, Stefania Pezzopane: «La Protezione civile ci aveva detto di non preoccuparci, forse dovevamo farlo. Era una tragedia annunciata». Ma era proprio impossibile prevedere il terremoto? «Sono tre giorni - afferma Giuliani - che vedevano forti incrementi di gas radon. Anche la sala sismica si sarebbe potuta accorgere che si sarebbe stato un terremoto molto forte. Il mio sismografo - sostiene - denunciava una forte scossa di terremoto. Tutti potevano osservarlo perché ce lo avevamo on line e tantilo hanno osservato e si sono resi conto che le scosse crescevano».

Giuliani sostiene di aver realizzato un 'precursore sismico', «uno strumento in grado di rilevare il radon e di evidenziarne le modifiche di concentrazione, permettendo di prevedere un evento sismico con un anticipo variabile dalle 6 alle 24 ore. Disponiamo - spiega - di 5 stazioni che ci consentono di triangolare i dati ottenendo con precisione l'epicentro e il grado sismico dell'evento».

«Quello di cui parla Giuliani - ribatte il direttore dei laboratori del Gran Sasso dell'Istituto nazionale di fisica nucleare Eugenio Coccia - è la capacità di controllare l'attività sismica attraverso la misurazione del gas radioattivo: una cosa che è nota ai sismologi da almeno 50 anni, e che è studiata ovunque. Nessun esperto avrebbe trattato con tanta ingenuità un argomento del genere. In base alle sue previsioni - continua - bisognava evacuare Sulmona otto giorni fa. Se lo si fosse fatto, molto probabilmente gli sfollati sarebbero stati portati a L'Aquila, e oggi sarebbero sotto le macerie. Ecco perché dico che su queste cose bisogna andare molto cauti».

Conclusi i soccorsi, sarà l'ora della ricostruzione: per Giandomenico Cifani, ricercatore a L'Aquila dell'Istituto per le Tecnologie della Costruzione del Cnr, ci vorranno «7-8 anni, almeno come avvenne per il sisma di Umbria e Marche».