7 dicembre 2019
Aggiornato 00:00
Studio Mediobanca

Google e gli altri giganti del web pagano solo 64 milioni di tasse in Italia

A livello mondiale, circa la metà dell'utile ante imposte delle WebSoft è tassato in Paesi a fiscalità agevolata, con conseguente risparmio fiscale cumulato di oltre 49 miliardi nel periodo 2014-2018

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MILANO - Le filiali italiane dei giganti del Web nel 2018 hanno versato al fisco italiano «solo» 64 milioni di euro, seppur in aumento rispetto ai 59 milioni versati nel 2017, e hanno pagato, a seguito di accordi con le autorità fiscali italiane, sanzioni per un totale di 39 milioni (73 mln nel 2017). E' quanto emerge dal rapporto dell'Area Studi Mediobanca sui giganti del Websoft (Software & Web companies). L'aggregato delle controllate italiane ha un peso minimo se confrontato al totale mondiale del settore: nel 2018 il fatturato ha superato i 2,4 miliardi (pari allo 0,3% del totale WebSoft), occupando oltre 9.840 unità (0,5% del totale).

A livello mondiale, circa la metà dell'utile ante imposte delle WebSoft è tassato in Paesi a fiscalità agevolata, con conseguente risparmio fiscale cumulato di oltre 49 miliardi nel periodo 2014-2018. Si distinguono Microsoft, Alphabet e Facebook per aver risparmiato rispettivamente rispettivamente 16,5, 11,6 e 6,3 miliardi nel 2014-2018. La tassazione in Paesi a fiscalità agevolata combinata alla riforma fiscale Usa, e ai crediti d'imposta sulle spese in ricerca, ha fatto sì che nel 2018 il tax rate effettivo delle multinazionali WebSoft risultasse pari al 14,1%, ben al di sotto di quello ufficiale del 22,5%. In particolare, nel periodo 2014-2018 la tassazione in Paesi a fiscalità agevolata ha determinato per Apple un risparmio fiscale cumulato che sfiora i 25 miliardi.

Boom di occupati, Amazon top employer

Nel 2018 i giganti del Web e del software hanno generato un giro d'affari di 850 miliardi, in crescita del 24,5% sul 2017 e del 109,7% sul 2014, e danno lavoro a quasi 2 milioni di persone sparse nel mondo (il 6% della forza lavoro di tutte le multinazionali mondiali), segnando un aumento di +902mila unità sul 2014 (+91,6%, contro il +1% delle multinazionali manifatturiere). La sola Amazon ha determinato oltre la metà di tale incremento. L'azienda di Jeff Bezos è il primo datore di lavoro del settore e ha più che quadruplicato il numero dei propri dipendenti tra il 2014 e il 2018, in parte grazie all'acquisizione di società minori, raggiungendo 647mila unità nel 2018. Al secondo posto una cinese, JD (179mila occupati), e al terzo l'americana Oracle (136mila). La prima europea è al settimo posto: la tedesca Sap (94mila).

Il 2018 è stato un anno di grande crescita per le WebSoft, con il fatturato complessivo che ha toccato quota 850 miliardi. Una corsa straordinaria, specialmente se paragonata a quelle delle multinazionali manifatturiere (+13% sul 2014). Sono soprattutto le aziende cinesi a brillare, grazie a ricavi cresciuti del 294% sul 2014. I big americani crescono, invece, «solo» del +91%. Il mercato è sempre più concentrato e il podio resta ancora tutto a stelle e strisce. Nel 2018 i primi tre giganti, Amazon, Alphabet (Google) e Microsoft rappresentano circa la metà dei ricavi aggregati del settore. Amazon (203,4 mld) si conferma in prima posizione per fatturato dal 2014, seguita da Alphabet (119,5 mld) e Microsoft (96,4 mld).

Nel 2018 utili per 110 miliardi

Nel 2018 i colossi del WebSoft hanno prodotto utili per 110 miliardi (l'11,7% del totale delle multinazionali mondiali), ciascuno mediamente per circa 15 milioni al giorno. Anche in questo caso la crescita non teme paragoni con quella delle multinazionali manifatturiere: +20,3% per le WebSoft e +4,3% per le altre. Le WebSoft poggiano su una base patrimoniale solida, con mezzi propri tangibili pari in media a 1,1 volte i debiti finanziari. Le società cinesi risultano più solide di quelle Usa. Spiccano Facebook e la giapponese Nintendo che non hanno debiti finanziari. Alla fine dello stesso anno le WebSoft detenevano 507 miliardi di liquidità, pari a oltre un terzo del totale attivo. Dal 2014 al 2018 la liquidità delle WebSoft è aumentata in media di circa 49 miliardi ogni anno ed è stata utilizzata prevalentemente per acquistare società minori e azioni proprie: nel 2018 i buyback hanno superato di quattro volte quelli del 2014, arrivando a 78 miliardi.

La Borsa è uno dei terreni più fertili per i colossi WebSoft. Basti pensare che, anche se prese singolarmente, Microsoft, Amazon e Alphabet valgono più dell'intera Borsa Italiana. A fine 2018 i giganti del WebSoft concentravano il 21,6% della capitalizzazione delle multinazionali mondiali e valevano oltre otto volte la Borsa italiana e oltre il doppio di quella tedesca, registrando un incremento medio annuo del 19,8% nel 2014-2018. A metà novembre 2019 i colossi del WebSoft capitalizzavano 5.065 miliardi e il podio di Borsa era così rappresentato: Microsoft-Alphabet-Amazon.

La replica di Amazon

«È fondamentalmente errato equiparare tutte le aziende digitali senza tenere in considerazione le differenze dei business in cui operiamo: l’imposta sulle società si basa sui profitti, non sui ricavi, e i nostri profitti sono rimasti bassi sia perché il business consumer retail è un business con margini ridotti sia per i continui, forti investimenti di Amazon in Italia che, dal 2010, ammontano a oltre 1,6 miliardi di euro. Nel caso di Amazon, la nostra aliquota fiscale effettiva globale dal 2010 al 2018 è stata mediamente del 24% e la nostra attività di business consumer è in perdita. E questo rapporto ignora anche il record di investimenti e la continua creazione di posti di lavoro in Italia, che aggiungerà ulteriori 1.000 dipendenti a tempo indeterminato ai 6.500 entro la fine del 2019 – dipendenti che lavorano in 20 sedi diverse con tutti i livelli di esperienza, istruzione e competenze, come, ad esempio, ingegneri, software developer, esperti di logistica o di marketing.

Il Rapporto dell'Area Studi Mediobanca ‘Multinationals: Financial Aggregates’ si basa quindi su una ricerca non corretta sulle società ‘Websoft’ e trae conclusioni errate almeno per quanto riguarda Amazon. Il rapporto non ha preso in considerazione l’impatto di tutte le entità italiane, ma solo 7 delle 11 società con cui Amazon opera in Italia che hanno ricadute in termini di gettito sia a livello locale sia a livello nazionale attraverso IVA, IRPEF, IRES, IRAP, TASI, TARI. Inoltre, Amazon paga tutte le tasse dovute in Italia e in tutti i Paesi in cui operiamo e le tasse pagate in Italia sono più alte rispetto a quelle dichiarate nel rapporto in quanto, da maggio 2015, abbiamo una succursale italiana di Amazon EU Sarl che registra tutti i ricavi, le spese, i profitti e paga le imposte dovute in Italia per le vendite al dettaglio, non in Lussemburgo».