23 ottobre 2019
Aggiornato 23:30
industria 4.0

Imprenditori pronti al cambiamento, per non soccombere

Come cambiano i processi produttivi, la ricerca di competenze adeguate e lo scenario, da qui ai prossimi 5 anni

Imprenditori pronti al cambiamento, per non soccombere
Imprenditori pronti al cambiamento, per non soccombere Shutterstock

MILANO - «Abbiate una visione di ampio respiro e un’attitudine a esplorare continuamente le
innovazioni più recenti
». Adriano Ceccherini, General Business Director SAP Italia, parla agli imprenditori, anche quelli più piccoli, quelli che «no, dei big data non ne ho bisogno» e rimangono ancorati alle tradizioni industriali del passato, legati a un concetto obsoleto di impresa famigliare, sempre più destinato a scomparire in un contesto altamente competitivo e dove la tecnologia la fa da padrone. Perchè «con la rapidità raggiunta oggi dall’innovazione, è verosimile aspettarsi che il mercato vivrà continue evoluzioni e trasformazioni e ritardare il cambiamento comporterà per le aziende una perdita di competitività molto più veloce che nel passato». E restare indietro significa chiudere le serrande.

SAP Italia è, in questi mesi, al lavoro per portare la quarta rivoluzione industriale alla conoscenza degli imprenditori del Belpaese. Con la School of Management del Politecnico di Milano ha realizzato «Made in Italy. Made in Digital. Viaggio nell’eccellenza italiana», un percorso nell’eccellenza produttiva del nostro Paese per guidare la trasformazione digitale delle imprese. «Oggi le aziende si trovano a operare in scenari altamente competitivi, in cui le aspettative dei clienti – siano essi consumatori o utenti aziendali – si fanno sempre più elevate e la concorrenza agguerrita - continua Adriano Ceccherini -. Per rispondere efficacemente a queste sollecitazioni è necessario lavorare su molteplici fronti: velocità di azione, operatività continua e soprattutto soddisfazione dei clienti. Gli scenari possibili sono diversi, pensiamo ad esempio ai servizi di manutenzione predittiva abilitati dall’Internet of Things, all’utilizzo della Blockchain per migliorare il tracciamento delle spedizioni, all’ottimizzazione dei processi grazie al supporto di algoritmi avanzati e machine learning».

Finora il Governo, attraverso il Piano Industria 4.0, ha agito principalmente attraverso gli incentivi che hanno fatto salire gli investimenti in macchinari di oltre l’11%. Chiaramente le macchine, da sole, non sono sufficienti, soprattutto nell’ottica di una fabbrica dove uomo e macchina saranno «costretti» sempre più a interagire tra di loro. Del resto la densità di robot in Europa ha cifre da capogiro: ce ne sono quasi due (1,9) ogni mille lavoratori. Sul podio la Germania che conta tre robot ogni mille lavoratori. A livello mondiale il comparto industriale può contare su più di 2,6 milioni di robot, il doppio degli abitanti di Milano e un po’ meno di quelli di Roma. Una vera e propria flotta, destinata ad aumentare esponenzialmente. E che qualcuno (noi) dovrà pur saper gestire.

«Finora lo sforzo è stato diretto soprattutto alla creazione della cultura necessaria per adottare proficuamente modelli di Industria 4.0; nel nuovo anno ci aspettiamo che le aziende vadano oltre, passando all’implementazione di progetti reali. Una delle sfide maggiori del 2018 riguarderà quindi l’acquisizione delle competenze necessarie per gestire a tutto tondo e con successo tali iniziative», aggiunge Adriano Ceccherini.

Una delle difficoltà maggiori per gli imprenditori è proprio quella di reperire le competenze adeguate. Diverse organizzazioni stanno suonando da tempo il campanello d’allarme su questo tema. Ad esempio, l'Unione Europea ha già dichiarato che, per mancanza di competenze, entro il 2020 ci saranno 756.000 posti vacanti nel settore ICT degli stati membri, 135.000 solo in Italia. «Il Digital Transformation Scoreboard 2017, l'indagine UE sull'evoluzione della trasformazione digitale in Europa, mostra che la situazione è problematica nella maggior parte del vecchio continente, anche se ovviamente con delle differenze tra gli stati membri - spiega ancora Adriano Ceccherini -. Per quanto riguarda il nostro Paese, lo studio sottolinea il ritardo italiano rispetto alla media europea in ben cinque delle sette aree alla base di un processo di trasformazione digitale: infrastruttura digitale, sviluppo di startup, e-leadership, integrazione delle tecnologie digitali e digital divide».

Naturalmente buona parte del processo di trasformazione dipenderà dalla mentalità degli imprenditori e, forse, non è neppure escluso che si debba attendere un vero e proprio cambio generazionale per vedere le nostre fabbriche con una nuova veste. Cinque anni sono abbastanza per attenderci un cambiamento? «Anche se 5 anni possono sembrare lontani, in realtà con la rapidità con cui le tecnologie cambiano e trasformano i nostri ambienti di business diventano un lasso di tempo molto breve nei quali la reattività all’innovazione sarà un fattore determinante per la competitività delle nostre aziende - conclude Adriano Ceccherini -. Per le PMI l’innovazione tecnologica è e sarà vitale, soprattutto osservando come l’intero panorama mondiale stia subendo un cambiamento irreversibile verso un’economia basata sulla conoscenza e la costante evoluzione. Se riusciranno ad adottare modelli di business più agili e orientati alla digitalizzazione avremo sicuramente un tessuto imprenditoriale in grado di competere sempre di più anche a livello globale. Infine, molto poi dipenderà da come il sistema scolastico e accademico riuscirà a garantire un’offerta formativa adeguata e in linea con le tendenze dei profili professionali necessari alla digitalizzazione delle aziende. E purtroppo in questo ambito l’Italia è fanalino di coda nelle diverse classifiche internazionali».