12 dicembre 2018
Aggiornato 00:00

Così è nata Confindustria Moda: «Tecnologia? Sì, senza tradire ingegno umano»

La moda è il secondo settore trainante dell'economia italiana. Nacsce così Confindustria Moda, per tutelare il Made in Italy
Così è nata Confindustria Moda
Così è nata Confindustria Moda (Shutterstock.com)

MILANO - E’ ufficialmente operativa dal 1° gennaio del 2018, dopo un anno che ha fatto registrare risultati a dir poco incoraggianti per il settore della moda. Merito anche dei costanti flussi turistici provenienti da tutte le parti del mondo, il 2017 si è chiuso con un fatturato complessivo di 64,7 miliardi e una crescita del 2,3% rispetto al 2016 (dati Camera Nazionale della Moda Italia). A trainare il settore? Specialmente il lusso e i cinesi che, secondo Deutsch Bank, rappresentano oggi 1/3 della domanda del lusso a livello globale. Intanto il Made in Italy cresce e il peso specifico del fashion sul PIL nazionale è pari al 4%: dopo il settore meccanico è la seconda realtà economica del Paese. E va trattata come tale.

Nasce così Confindustria Moda, con l’obiettivo di sostenere e promuovere il nostro Made in Italy, sinonimo intrinseco di qualità, in un sistema unico che racchiuda le imprese cardine dell’economia italiana. La nuova federazione rappresenta oltre 67 mila imprese del Made in Italy, che generano un fatturato di oltre 88 miliardi di euro e danno lavoro a oltre 580 mila lavoratori. Le aziende associate a Confindustria Moda rappresentano l’eccellenza della manifattura italiana, ricoprono posizioni di leadership nei mercati internazionali e hanno registrato nel 2016 una quota percentuale di export del fatturato pari al 62%. Nello specifico l’organo raggruppa le le aziende associate a SMI – Sistema Moda Italia - e a FIAMP, la Federazione Italiana Accessorio Moda Persona che riunisce AIMPES (Associazione Italiana Manifatturieri Pellettieri e Succedanei), AIP (Associazione Italiana Pellicceria), ANFAO, Assocalzaturifici e Federorafi (Federazione Nazionale Orafi Argentieri Gioiellieri Fabbricanti), UNIC, l’Unione Nazionale Industria Conciaria.

Insomma, un settore promettente che - secondo i dati - dovrebbe creare circa 50mila posti di lavoro entro il 2021. «Insieme rappresentiamo l’industria sinonimo di gusto e creatività, ambasciatrice del made in Italy - ci racconta Claudio Marenzi, presidente di Confindustria Moda -. Le nostre aziende, le associazioni che le rappresentano e quindi Confindustria Moda vantano una duplice eccellenza. Quella relativa alla capacità di immaginare, creare e far sognare i consumatori. E quella economica, poiché siamo uno dei settori trainanti del PIL italiano ed europeo. Confindustria Moda, quindi, ha l’obiettivo di affermarsi e di conquistare il posto che le spetta in Italia e in Europa, continuando, con la forza maggiore garantita dall’unione di diverse realtà, tante delle battaglie che già hanno contraddistinto la vita delle associazioni aderenti. E quindi lotta alla contraffazione, distribuzione, rapporti sindacali».

La moda, come tutti gli altri settori, deve - tuttavia - fare i conti con l’evoluzione tecnologica. E il settore non sembra aver ancora le chiavi in mano per affrontare la rivoluzione industriale. L’81% delle imprese dei settori casa-arredo e moda nel Nord Italia non usa alcuna tecnologia associata all’Industria 4.0, ovvero software per analizzare i big data, robot industriali o taglio laser (i dati sono di Rapporto Industria 4.0 delle Pmi). «Competenze digitali e Industria 4.0 stanno letteralmente scardinando il nostro sistema e imponendo un salto in avanti e una accelerazione senza pari nella storia del nostro
settore
- ci dice Marenzi -. Prendiamo ad esempio i consumatori: più attenti, disponibili a spendere, ma solo a patto di acquistare un’esperienza, un’emozione, un mondo. Non più solo il prodotto griffato, ma molto di più. Rispetto ad alcuni dati allarmanti sul calo delle vendite preferisco guardare al cambiamento come a un’opportunità per fare meglio. Una sfida che potrà premiare solo chi è disponibile a mettersi in gioco e a lavorare di concerto. Che è poi quanto Confindustria Moda si è data per obiettivo».

Per Marenzi, tuttavia, risulta improprio affermare la necessità di un connubio tra moda e tecnologia. «La tecnologia è uno strumento al servizio di aziende e consumatori. E come tale va utilizzata. Adopero espressamente il verbo utilizzare che ha nel suo etimo insita la radice utile, ciò di cui può farsi uso. Quindi benvenuta tecnologia se sapremo sfruttare quanto offre senza tradire la natura artistica dei nostri prodotti, opera prima di tutto dell’ingegno umano. Se saremo in grado di cogliere l’opportunità che ci viene offerta di implementare servizi e prodotti personalizzati».

L’innovazione, però, va sostenuta. E innovare non è semplicemente apportare nuove tecnologie, ma anche modificare processi produttivi e organizzativi: essere più creativi, scardinare i modelli. E a tal proposito Confindustria Moda sembra muoversi nel modo giusto. Tutti gli aderenti sono soci fondatori dell’associazione Cluster Made in Italy che si è ufficialmente costituita lo scorso novembre. Entro febbraio 2018 saranno complessivamente 35 i soci fondatori. Si tratta di una alleanza pubblico-privato, coordinata da SMI – Sistema Moda Italia, che ha l’obiettivo di instaurare e presidiare il dialogo, affinché sia costante, strutturato e permanente, fra Università, mondo della ricerca e dell’innovazione e aziende. «Fra gli obiettivi anche quello di rappresentare il sistema del Made in Italy a livello internazionale in materia di ricerca e innovazione favorendo e rafforzando collaborazioni e partnership», conclude Marenzi.

Fra i soci fondatori associazioni nazionali, cluster regionali, poli di innovazione, centri tecnologici, agenzie di sviluppo, rappresentanze territoriali, enti di ricerca e Università, tra cui il Politecnico di Milano, la Sapienza di Roma, Federico II di Napoli, Università di Bologna, Università di Firenze, INSTM (Consorzio Interuniversitario Nazionale per la Scienza e Tecnologia dei Materiali).