Benvenuti nell'era «faccio quello che mi piace, ma lavoro gratis» (per i giovani)

La ricerca di Accenture mette in risalto come la crisi economica di questi anni abbia generato tanta, troppa, flessibilità da parte dei giovani. Disposti a tutto pur di fare il lavoro dei sogni, anche senza stipendio

Benvenuti nell'era «faccio quello che mi piace, ma lavoro gratis» (per i giovani)
Benvenuti nell'era «faccio quello che mi piace, ma lavoro gratis» (per i giovani) (Shutterstock.com)

ROMA - Pronti a tutto, pur di lavorare. Anche gratis. A patto che il datore di lavoro valorizzi il percorso di studi fatto. Sono i laureati del 2017, i primi della generazione Z (i nati tra il 1993 e il 1999). L’83% di loro è disposto ad accettare un tirocinio non retribuito dopo la laurea in caso non sia disponibile un lavoro a pagamento e l’82% è addirittura disposto a fare le valige e trasferirsi per un’offerta di lavoro, accollandosi quindi tutti i costi che ne derivano. Un dato allarmante che arriva dall’ultimo rapporto di Accenture e che mette in risalto come la crisi economica di questi anni abbia generato tanta, troppa, flessibilità da parte dei giovani.

Disposti a tutto pur di lavorare
Per la generazione Z non avere ferie pagate, non avere contributi, accettare contratti di fantasia e rinunciare alla previdenza è praticamente normale e cosa che sta diventando sempre più accettata è, anche e purtroppo, l’essenza stessa del rapporto di lavoro: la retribuzione. In nome dell’ambizione, di un lavoro che sia coinvolgente, appassionante e che possa valorizzare il percorso di studi fatto. «Lavoro gratis, sì, ma almeno faccio il lavoro dei miei sogni». Un atteggiamento psicologico e sociale che le aziende hanno capito perfettamente e su cui giocano. E di esempi ne abbiamo a bizzeffe. L’ultimo solo qualche settimana fa, dove un’azienda di Grugliasco in provincia di Torino è finita nell’occhio del ciclone per aver proposto 23 euro al giorno per sei mesi a un «ingegnere edile trilingue laureato col massimo dei voti e disposto a trasferte».

In nome della passione
In nome della passione i giovani di oggi sono disposti a rinunciare allo stipendio o comunque non lo prendono in considerazione: possono rifiutare cifre astronomiche qualora l’azienda non offra progetti stimolanti e condizioni di flessibilità lavorativa e accettano contratti fittizi e penalizzanti se, invece, il datore di lavoro è disposto a ‘sostenere’ le loro passioni. Pensano, infatti, che comunicazione (39%), problem solving (36%) e capacità organizzativa (31%), siano le prime skill per essere attrattivi nei confronti dei datori di lavoro. Ma questo non è solo un problema dei giovani che hanno cominciato a considerare il lavoro non retribuito o retribuito male come una cosa ‘normale’, ma soprattutto delle aziende. Che ne approfittano. Giocano sul valore delle competenze acquisite dai giovani talenti, sulla centralità della persona: offrono progetti stimolanti e libertà d'azione in cambio di una miseria.

Competenze digitali, ma pagate?
In questo senso, nella concezione della generazione Z, le tecnologie rappresentano un’opportunità per fare un salto di qualità. Il 70% dei giovani laureati italiani sono positivi nei confronti dell’intelligenza Artificiale e del digitale in generale poiché ritengono che possano migliorare la loro esperienza professionale. Più di due terzi dei nuovi laureati in Italia dichiara di aver intrapreso corsi di formazione dedicati a digitale, alla programmazione e all’informatica più in generale e il 65% degli studenti italiani, ritiene di aver ricevuto una formazione adeguata per essere preparati a lavorare in modalità digitale. Il settore digitale non è comunque sinonimo di garanzia, quando parliamo di retribuzione, anzi. Molte aziende sono ancora lontane dal concepire il valore delle competenze digitali. Nella rivoluzione dei processi digitali, infatti, solo il 22% delle aziende fa uso di applicazioni Cloud, Mobile, Social e Analytics in almeno un processo HR. Se la maturità appare lontana, alcuni ambiti sono già ben sviluppati, come i Social, utilizzati dal 68% delle aziende per almeno un processo delle risorse umane. Ancora basso lo scouting e sviluppo di competenze imprenditoriali all’interno dell’azienda, assente per il 30% delle PMI e la ricerca di competenze digitali sul mercato estero. Il 56% delle PMI italiane si dice però sempre più alla ricerca di giovani talenti capaci di guidare il cambiamento. Ma tra la ricerca, l’assunzione e la retribuzione giusta di acqua sotto i ponti ne passa. Con la rivoluzione digitale i datori saranno capaci di innovare anche questa strana tendenza di considerare il lavoro come una prestazione gratuita?