17 ottobre 2019
Aggiornato 07:30
USA

Vi siete mai chiesti perché le guerre degli Stati Uniti non finiscono mai con una vittoria?

La superpotenza? Nei principali teatri bellici odierni esce puntualmente impantanata, incastrata in conflitti interminabili che, di fatto, ne decretano il fallimento. Un caso?

WASHNGTON – La superpotenza? Nei principali teatri bellici odierni esce puntualmente impantanata, incastrata in conflitti interminabili che, di fatto, ne decretano il fallimento. Ci avete mai pensato? Senza scomodare la clamorosa batosta del Vietnam, negli ultimi anni le avventure belliche di Afghanistan e Iraq e la guerra per procura combattuta in Siria si sono rivelate, per Washington, clamorosi buchi nell'acqua. L'intervento in Libia è risultato foriero di una crisi internazionale ancora peggiore, mentre in Yemen l'appoggio incondizionato ai sauditi ha dato origine a una vera e propria catastrofe umanitaria.

La più grande potenza mondiale che perde sempre
Sembra incredibile pensare che la più grande potenza mondiale finisca quasi sempre per impantanarsi sul campo di battaglia, dando origine a guerre senza fine, piuttosto che ricavare una vittoria netta. In effetti, secondo qualcuno tutto questo, più che una sfortunata contingenza, è un calcolo strategico. Un calcolo fatto negli interessi del complesso militare-industriale.

L'opinione di Durrani
La pensa così Asad Durrani, generale pakistano, già formatore di ufficiali nella Military Academy, militare a Bon (980-84), poi nominato capo dei servizi segreti militari del Pakistan e dal 1990, direttore del potente  «Inter-Services Intelligence» (ISI), l’organo che, in stretta collaborazione strategica con la CIA, ha  – fra l’altro – «creato» i talebani  per combattere i  sovietici in Afghanistan. Durrani ha quindi terminato la carriera militare come ispettore generale della formazione comandando l’Accademia militare del Pakistan, quindi è stato ambasciatore a Bonn (2000-2002) e in Arabia Saudita; dal 2006 al 2008 è stato ambasciatore in Usa. Un «pezzo grosso», insomma.

Chi ci guadagna dalla guerra infinita?
Durrani non ci gira troppo intorno. «Nel maggio 2006», ha raccontato, «ho conosciuto un generale americano a riposo che era divenuto direttore di una società militare privata che era stata incaricata di addestrare l’esercito afghano». E ha aggiunto: «Si sa bene che queste compagnie private forniscono spesso alle reclute una cattiva  formazione allo scopo di prolungare i loro contratti». Derrani, in fondo, ci mette davanti agli occhi un'ovvietà che l'Occidente, tuttavia, non ha mai voluto vedere: nessun esercito al mondo potrà mai garantire la stabilità di un Paese che può essere raggiunta solo per consenso tribale.  Le missioni come quella in Afghanistan, in parole povere, lungi dal pacificare il territorio, consentono dei bei profitti.  «La metà degli 8 miliardi di dollari degli aiuti offerti a Kabul va anzitutto agli attori militari».

La comparsa di Daesh ha salvato gli Usa dall'abbandono dell'Iraq
«Le armate mal formate sono una pacchia per costoro. Indovinate  chi aveva «addestrato» le truppe irachene che si sono disintegrate davanti all’attacco dello Stato Islamico», prosegue Derrani. La risposta è quasi scontata. A gioire di più della necessità da parte degli Usa di ridispiegare le sue truppe in Iraq a causa della minaccia posta da Daesh, dopo che Obama nel 2011 aveva deciso di lasciare il Paese, è stata la lobby bellicista era entusiasta. L'esperto racconta che, nel 2014, in una conferenza, certi  esponenti afghani e americani espressero la loro gratitudine per Bagdhadi, il capo dell’IS. 

Parola d'ordine: mantenere il caos
In tutto questo, chi vince davvero da conflitti assurdi come quello che in Yemen, naturalmente, sono i venditori di armi (e morte) occidentali, che non smettono di fare affari con il mondo occidentale. «Quando un conflitto è lanciato, si sviluppa da solo; non occorre intervenire, se  non per soffocare ogni tentativo di farlo finire; e questo è il gioco degli Stati Uniti». Non è forse neppure un caso, sostiene Durrani, che l’offerta dei talebani di riconciliarsi col regime di Karzai nel 2002 sia stata rifiutata dal Pentagono, che allora aveva pieni poteri a Kabul. «Da allora in poi vari tentativi di arrivare alla pace sono stati sabotati dagli Stati Uniti;  ultimo,  nel maggio 2016, l’assassinio di Mullah Mansur,  la persona che aveva mandato i delegati talebani a colloqui di pace a Doha. Il fato che ciò sia accaduto solo quattro giorni dopo la decisione del Quartetto afgano di rilanciare i negoziati di pace, non è un caso e non lascia alcun dubbio sulle intenzioni dei colpevoli». Anche gli sforzi del Pakistan di negoziare con i militanti delle proprie zone tribali sono stati ugualmente sabotati. «Il comandante Nek Muhammad, con cui il nostro governo aveva fatto un accordo  nel 2004, è stato la prima vittima di un attacco americano per drone. Nel 2006, lo stesso giorno in cui la nostra missione di pace doveva rendere parte a una jirga nel Bajaur, novanta bambini son stati uccisi in un altro attacco americano con drone su una madrassa locale». La strategia, insomma, sarebbe quella di mantenere il caos. L'obiettivo, far incassare lauti guadagni al comparto bellico-industriale.