23 giugno 2017
Aggiornato 13:30
Dalle prime pressioni su Assad di Obama al raid di Trump

Siria, da Obama a Trump: le tappe del coinvolgimento Usa

Ecco le principali tappe del coinvolgimento statunitense nel conflitto siriano, culminato con l'attacco missilistico alla base aeronautica di Homs

L'ex presidente Usa Barack Obama e l'attuale presidente Donald Trump.
L'ex presidente Usa Barack Obama e l'attuale presidente Donald Trump. (EPA/JIM LO SCALZO)

BEIRUT - Di seguito le principali tappe del coinvolgimento statunitense nel conflitto siriano, culminato con l'attacco missilistico alla base aeronautica di Homs da cui sarebbe partito martedì l'attacco chimico contro Khan Sheikhun, costato la vita ad almeno 86 persone.

Pressioni su Assad
29 aprile 2011: reagendo alla dura repressione del regime contro i dimostranti, Washington approva delle sanzioni congelando i beni di diversi dirigenti siriani, fra cui il fratello del presidente Bashar al-Assad, Maher.
19 maggio: il giorno dopo aver ordinato le prime sanzioni dirette contro lo stesso Assad, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama chiede al leader siriano di guidare una transizione politica o farsi da parte.
8 luglio: l'ambasciatore statunitense a Damasco Robert Ford, sfida Assad visitando la città di Hama, assediata dall'esercito e teatro di massicce dimostrazioni antiregime.
18 agosto: Obama e gli alleati occidentali chiedono per la prima volta esplicitamente ad Assad di lasciare il potere.
24 ottobre: gli Stati uniti annunciano che Ford ha lasciato la Siria per motivi di sicurezza; Damasco richiama il suo ambasciatore a Washington.

Obama ignora «linea rossa»
14 settembre 2103: dopo l'attacco chimico del 21 agosto attribuito al regime di Assad Russia e Stati Uniti concordano nello smantellare gli arsenali chimici siriani, evitando la minaccia di un'offensiva punitiva statunitense. Obama si era impegnato ad agire se la Siria avesse oltrepassato la "linea rossa" dell'uso delle armi chimiche; la mancata reazione suscita perplessità in alleati quali la Francia e l'Arabia saudita.

Incursioni contro l'Isis
23 settembre 2014: gli Stati Uniti e gli alleati arabi conducono delle incursioni aeree in Siria contro obbiettivi dello Stato Islamico, divenuto il gruppo più potente ad aver preso le armi contro il regime; i raid costituiscono un'espansione delle operazioni già in corso contro i jihadisti in Iraq.

Mosca entra nella mischia
30 settembre 2015: la Russia, alleata del regime, conduce delle incursioni aeree a sostegno di Assad; Mosca afferma di voler colpire dei «gruppi terroristici» compreso l'Isis, ma la maggior parte dei bombardamenti ha come obbiettivo i ribelli non jihadisti. Il regime, in difficoltà dal marzo del 2015, inizia a riguadagnare terreno. Nel 2016 le tregue negoziate da statunitensi e russi falliscono rapidamente, ma dopo l'assalto delle forze siriane e russe sulla seconda città del Paese, Aleppo, un cessate il fuoco negoziato senza gli statunitensi entra in vigore il 30 dicembre.

L'Amministrazione Trump
15 novembre 2016: Assad dichiara che il neoeletto Donald Trump sarà «un naturale alleato» se deciderà di combattere il terrorismo in Siria; Damasco applica però il termine «terroristi» a tutti i gruppi che si oppongono al regime, compresi quelli sostenuti dagli Stati Uniti. 30 marzo 2017: il Segretario di Stato americano, Rex Tillerson, dichiara che la sorte di Assad verrà «decisa dal popolo siriano»; l'ambasciatore statunitense presso le Nazioni Unite, Nikki Haley, aggiunge che «la nostra priorità non è più quella di concentrarci sull'uscita di Assad» dal potere.

Prima incursione statunitense
4 aprile 2017: Trump alza i toni dopo il presunto attacco chimico costato la vita ad almeno 86 persone nella provincia di Idlib: «Il mio atteggiamento nei confronti della Siria e di Assad è cambiato molto, stiamo parlando di un livello molto differente», dichiara due giorni dopo. Il giorno successivo 59 missili da crociera colpiscono la base aerea di Shayrat, da dove sarebbe partito l'attacco chimico.