15 dicembre 2019
Aggiornato 01:00

Fillon, «la faccia triste ma competente della destra»

Le primarie, a destra, per il momento se le godono i cugini francesi. Con risultati, in termini di coinvolgimento popolare, molto incoraggianti e con sorprese politiche che hanno ribaltato – come ormai è letteratura – sondaggi, rilevazioni e «podi» annunciati

François Fillon, anima conservatrice dei Republicains
François Fillon, anima conservatrice dei Republicains Shutterstock

ROMA - Le primarie, a destra, per il momento se le godono i cugini francesi. Con risultati, in termini di coinvolgimento popolare, molto incoraggianti e con sorprese politiche che hanno ribaltato – come ormai è letteratura – sondaggi, rilevazioni e «podi» annunciati. Con la vittoria a sorpresa in Francia di François Fillon, anima conservatrice dei Republicains che ha rottamato in un sol colpo il moderato Juppé e il sogno di rentrée di Sarkozy, la partita per l’Eliseo entra nel vivo con un rinnovato protagonismo di quel centrodestra transalpino chiamato a fermare nel derby l’ondata sovranista incarnata da Marine Le Pen e dal suo Front National. Tutto questo mentre in Italia proseguono le divisioni tra l’asse generazionale dei «lepenisti» e il leader di Forza Italia. "Quando era primo ministro, con l’allora presidente Sarkozy, Fillon era considerato la faccia triste ma competente della destra» spiega al Diario Nicola Genga, direttore del Centro per la Riforma dello Stato, politologo, tra i massimi esperti in Italia di Front National.

Genga, François Fillon è stato la prima sorpresa di questa vigilia delle Presidenziali francesi. Un outsider ma allo stesso tempo un politico di esperienza, per non dire di vecchia scuola. Che impressione le ha fatto?
Quando era primo ministro si parlava molto della sua conoscenza profonda dei dossier, del suo approccio diligente nell’applicare l’agenda di governo. La sua immagine faceva da contraltare, in un certo senso, rispetto a quella scapigliata, d’annunziana, di Sarkozy, presidente ipercinetico. Però nel complesso Fillon non sembrava avere, per lo meno così dicevano i francesi, le spalle abbastanza larghe per diventare un leader. Da politico responsabile sembrava un Hollande meno guascone, ma lo stesso se vogliamo si poteva dire di Juppèche era il favorito di queste primarie, almeno ufficialmente.

Per gli elettori evidentemente non era così. In questa prima assoluta, l’esordio delle primarie per la destra gollista francese, la seconda sorpresa è stata la sconfitta senza appello di Nicolas Sarkozy.
Quella di Sarkozy è stata una forzatura senza precedenti. Nessun altro presidente della Quinta Repubblica, dopo aver mancato la rielezione, aveva tentato di ricandidarsi. Neanche Giscard che si era accomiatato dai francesi dicendo «Arrivederci». Sarkozy è voluto ripassare iniziando dalla riconquista del partito ma la sua figura era già appannata. Per dirne una: l’anno scorso un notabile dei Republicains ha rifiutato il suo aiutato alle elezioni locali. Perché pensava che la presenza di Sarko sarebbe stata controproducente.

L’altro sconfitto, Alain Juppé, rappresenta la chiusura del cerchio sulla cosiddetta destra «europeista»?
Certamente rappresenta la fine di una certa tradizione recente: ossia la fine della prosecuzione dello «chiracchismo» con altri mezzi. Non so però se sia corretto dire che si tratta del tramonto della destra europeista. Sicuramente si è aperta una pagina diversa con Fillon. Vedremo se si tratterà solo di una parentesi.

Marine Le Pen, leader del Front National, continua senza scomporsi la sua corsa come favorita al primo turno. Ha lanciato la sua campagna elettorale con tanto di «rosa» blu nel simbolo, sintesi di lotta sociale e di richiamo all’ordine. Un modo per parlare ancora di più ai «forgotten men» francesi?
Sì. Marine Le Pen, però, vuole soprattutto dare un’immagine di freschezza, sia per superare lo stigma che ancora pesa sul suo partito sia per arginare la figura di Macron (ex ministro, candidato indipendente in uscita dal partito socialista, ndr) che, è vero, sostiene posizioni liberiste, ma agli occhi degli elettori che non sono necessariamente informati può apparire un uomo nuovo, non totalmente appartenente all’establishment nonostante abbia dei trascorsi negli ambienti dell’alta finanza.

Si dice che un eventuale scontro Fillon-Le Pen al ballottaggio potrebbe ripresentare lo scenario del 2002, quando Chirac sconfisse al secondo turno, e solo con l’union sacrée, Jean-Marie Le Pen. È d’accordo o l’elezione di Trump e la Brexit hanno sepolto lo spauracchio dell’«uomo nero»?
È presto per prevederlo, le sorprese sono all’ordine del giorno. È possibile che ci sia uno scenario simile a quello del 2002 quando Jean-Marie Le Pen arrivò al ballottaggio ma fu sconfitto nettamente da Jacques Chirac. In quel caso a vincere è stata la voglia di normalità e di conservazione, che sono comunque sentimenti di destra e tipici della storia della Francia, più che l’indignazione contro «l’uomo nero» che pure c’era. Bisogna capire se stavolta prevarrà il rifiuto del sistema attuale, e quindi la polemica e la proposta che la Le Pen incarna efficacemente, oppure i sentimenti di cui sopra che Fillon rappresenta in maniera altrettanto efficace.

Daniel Cohn-Bendit, storico leader dei Verdi, sostiene che stavolta il voto verso Fillon da parte della sinistra potrebbe non essere così scontato. Troppo «liberista» il primo e ormai paladina e interprete dei diritti sociali la seconda. La storia potrebbe non ripetersi, insomma.
È vero che Fillon è liberista e conservatore, tradizione da una parte, meno spesa pubblica e lavorare di più dall’altra. Non è affatto scontato che nel caso in cui ci sia un ballottaggio tra Fillon e Le Pen il primo riesca a far convogliare su di sé la stessa percentuale di voti di Chirac, però parte favorito. Non sopravvaluterei però troppo l’appeal di «sinistra» del Front National. In Francia nelle aree urbane c’è un associazionismo antagonista di massa, non sempre e non tutto radical-chic, molto vigile. Non so se questo possa accettare che il Fn sia diventato di sinistra solo in base a intenti di proposte sociali.

Detto ciò la sinistra francese sembra disarmata davanti a queste destre. Sia politicamente che culturalmente.
Non c’è dubbio. La sinistra è apatica ovunque. Balbuziente e completamente fuori fase. In Francia, poi, l’esperienza Hollande è stata devastante, non solo per quello che non si è fatto ma anche per le misure che sono state adottate tra le proteste di larghissima parte della società francese: pensiamo a quelle sul lavoro o a quelle legate alla sicurezza nazionale. Sul piano dell’identità, del riconoscimento del popolo della sinistra socialista come sul piano dell’efficacia di governo questi anni sono stati disastrosi per la sinistra francese.

Anche in Italia il centrodestra, o forse è più appropriato chiamarlo il destra-centro, richiede lo strumento delle primarie per definire la leadership, superare l’anarchismo di Berlusconi e cementificare un programma prossimo alle tesi del Front National. L’esempio francese dei Repubblicani può aiutare a introdurle finalmente anche in Italia?
È vero che i francesi amano le derive plebiscitarie quindi non mi sorprende che la loro destra gollista abbia scelto di fare queste primarie. È altrettanto vero che anche in Italia i tempi siano maturi. Non ho personalmente un’opinione particolarmente positiva delle primarie, però credo che siano uno strumento che può permettere a un campo destrutturato come quello della destra italiana di stabilire le ragioni e il sostegno a una nuova leadership. Per la destra credo che l’unico ostacolo era e resti Silvio Berlusconi. Mi sembra che stia tentando una resurrezione improbabile.

Giorgia Meloni e Matteo Salvini si candidato a essere gli interpreti in Italia di quell’ondata sovranista che sta scomponendo le fratture del Novecento: non più conservatori contro progressisti ma identitari e sociali contro globalisti. Possono interpretare loro lo stesso ruolo del Front National in Francia?
Possono farlo se si pongono davvero la questione nazionale. Questo significa porsi con un soggetto che parla all’intero Paese. Al di là delle boutade di Bossi sulla base che ce l’avrebbe con Salvini non so se la Lega come organizzazione sia pronta a questo travaso, cioè all’eventualità di una fusione. Anche se è chiaro che le forme e le formule possono essere tante: dalla federazione alla coalizione. Certo un’integrazione maggiore tra le due soggettività di Lega e Fratelli d’Italia aiuterebbe alla realizzazione di un progetto del genere, però tutto questo dovrebbe passare dalla scomposizione di quella destra berlusconiana che resta.