26 giugno 2017
Aggiornato 16:00
Dopo il referendum del 2014 che aveva detto no all'immigrazione Ue

Svizzera, quella legge sull'immigrazione che tradisce la volontà del popolo. Per non urtare Bruxelles

La legge di applicazione dell'iniziativa referendaria che, nel 2014, aveva detto 'no' all'immigrazione europea, di fatto ribalta la volontà popolare. Per non urtare Bruxelles

BERNA - Il «sogno» della destra svizzera (e di tanti cittadini elvetici) si infrange, almeno per ora. Quando due anni fa, nel febbraio 2014, gli elettori svizzeri si sono espressi in un referendum per porre limitazioni all’immigrazione e alla libera circolazione delle persone provenienti dall’Unione Europea, il Paese transalpino, pur non membro dell'Ue, sembrava condividere quegli umori che si stavano affermando con forza anche tra gli ex 28, e che a breve avrebbero portato, addirittura, alla Brexit. Quel referendum, dunque, pareva preludere a un cammino legislativo, da parte di Berna, che andasse nella direzione di una rinegoziazione dei trattati che la legano a Bruxelles. Questa, almeno, era l'intenzione di chi ha promosso quella chiamata alle urne - la formazione di estrema destra Unione democratica di centro (Udc) -, visto che si trattava di un'estensione dell'iniziativa nata due anni prima, quando la Svizzera decise di limitare l'immigrazione proveniente da otto Paesi dell'Europa orientale stabilendo delle quote, e che quel referendum doveva essere vincolante.

Una legge che non tiene conto della volontà popolare
E invece, la legge di applicazione dell'iniziativa, varata qualche giorno fa dal Parlamento elvetico, non sembra rispettare la volontà popolare. Perché sì, essa prevede l’indicazione ai datori di lavoro di reclutare disoccupati svizzeri piuttosto che lavoratori stranieri. Ma non introduce né quote né limiti all'entrata ai transfrontalieri come invece proponeva l’Udc.

Immigrazione europea, una questione sentita in Svizzera
Quel segnale degli umori dell'elettorato sulla questione, oltretutto, non è stato un unicum nel Paese: lo scorso settembre, il Canton Ticino ha infatti approvato con più del 58% dei voti il referendum per una legge che dia preferenza ai residenti in materia di posti di lavoro. E' quindi una questione particolarmente sentita, in Svizzera, quella dell'immigrazione europea (e italiana) e, più in generale, quella dei rapporti con l'Unione europea, da sempre traballanti e controversi. Ed è naturalmente per non far innervosire troppo Bruxelles che il Parlamento di Berna ha deciso di annacquare il voto popolare in una legge che, della fermezza paventata, ha poco o nulla.

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Frutto di un compromesso politico
Perché il testo in questione è frutto di un'intesa tra le forze politiche «moderate», socialisti e liberali, che, «pragmaticamente», hanno deciso di disinnescare quelli che sarebbero stati i punti di rottura con l'Ue. La quale, dal canto suo, ha vinto il «braccio di ferro» con Berna, adottando la strategia di legare il mantenimento degli accordi bilaterali tra Ue e Confederazione all’approvazione di una legge che non prevedesse limiti e quote. Il risultato, dunque, è stata una norma tutt'altro che «popolare», frutto di puri compromessi politici, che non tiene conto della volontà espressa dal popolo nel referendum che l'ha originata. Tanto che quella norma è stata paradossalmente approvata senza il sostegno dell'Udc, la formazione che aveva inizialmente promosso l'iniziativa.

Udc burlata dai filoeuropeisti
I leader del movimento di destra, che si sentono «burlati» dai partiti più filoeuropeisti, sono già sul piede di guerra, e preannunciano una nuova iniziativa che metta davvero un freno alla libera circolazione. Perché è vero che la Svizzera non fa parte dell'Unione europea; è altrettanto vero, però, che i suoi legami con l'Ue sono da anni un caldo oggetto di dibattito pubblico e politico, che sempre più pone il Paese davanti a un bivio: rinsaldare i legami con l'Europa, oppure rimuoverli. Anche la Svizzera, insomma, sta vivendo quell'ascesa dell'euroscetticismo che imperversa in tutto il Vecchio Continente.

Ecco perché anche la Svizzera è sempre più euroscettica
Ed è quasi paradossale, ma estremamente significativo, il fatto che la crisi dell'Unione si rifletta addirittura nella vita politica di un Paese che non fa parte dei 27 - ex 28. C'è chi era membro e se ne è andato sbattendo la porta (Londra); c'è persino chi non ne può più, pur non essendo in Europa. E se i percorsi storici e politici sono ovviamente differenti, le motivazioni sono tutto sommato simili: in primis la questione immigrazione, con Bruxelles che ha sempre opposto un netto rifiuto all’apertura di ogni trattativa sulla libera circolazione delle persone; ma anche la posizione di forza da cui l'Ue ha sempre condotto, arrogantemente, ogni trattativa. L'Europa, insomma, si è fatta decisamente poco apprezzare anche in terra elvetica per il dirigismo con cui ha preteso di imporre le proprie regole economiche, bancarie e finanziare (si pensi alla rinuncia al segreto bancario) a un Paese che le regole se le è sempre e orgogliosamente fatte da solo. Sentimenti che, non a caso, hanno condotto la destra estrema, l'Udc, al risultato elettorale del 2015, e che gli appuntamenti referendari non possono che attestare.