27 giugno 2019
Aggiornato 06:30
Mentre la comunità internazionale tace

Il Kashmir, la regione dimenticata eterna terra di conflitto tra due giganti nucleari

Il Kashmir è uno di quei luoghi dimenticati dalle cronache e dai grandi della Terra, che invece meriterebbero quanto mai attenzione. Perché India e Pakistan stanno sfiorando lo scontro

NUOVA DEHLI - Ci sono luoghi del mondo che, solo dal nome, sembrano lontani anni luce, posti che raramente sono illuminati dall'attenzione delle cronache internazionali. Posti che però, quell'attenzione, la meriterebbero, nonostante la loro esoticità li allontani irrimediabilmente dai nostri pensieri. Perché invece, in quei luoghi, vengono combattute guerre (spesso con armi vendute da noi) che mietono centinaia di migliaia di vittime. Luoghi proprio come il Kashmir.

Perché vi parliamo del Kashmir
Stiamo parlando di una striscia di territorio compreso tra India e Pakistan, storicamente conteso tra i due Stati. Una di quelle aree malamente cancellate dalle cartine geografiche, un po’ come il Kurdistan, assorbita a forza da Stati che però poi non riescono nell'ardua impresa dell'assimilazione totale. E le aspirazioni rimangono. Il Kashmir è diviso dalla cosiddetta Linea di Controllo, che, arrampicandosi sulle montagne, delinea una frontiera non ufficiale, spartiacque de facto tra lo Stato a maggioranza indù e quello a maggioranza musulmana.

Lo scontro tra India e Pakistan
Per capire costa sta accadendo in quell'ingiustamente dimenticato angolo di mondo, bisogna tornare indietro al 1947, anno in cui India e Pakistan si spartirono brutalmente quel territorio che entrambi rivendicavano. Da allora, la sua popolazione a maggioranza musulmana chiede a Nuova Delhi un proprio status indipendente. I precedenti Governi indiani, e a maggior ragione quello attuale nelle mani del nazionalista indù Narendra Modi, non hanno mai voluto considerare seriamente la questione, temendo che la richiesta di indipendenza si traducesse in una più o meno tacita annessione del Kashmir al Pakistan. E d’altra parte, l’ultimo goffo tentativo di Islamabad di forzare la Linea di Controllo fra i due Paesi risale solo al 1999, quando scoppiò la cosiddetta Guerra di Kargil.

Nuove tensioni
Di recente, le tensioni si sono risvegliate, più forti che mai. Dallo scorso febbraio, le tre formazioni separatiste, autonomiste e religiose del Kashmir sono tornate a coordinarsi per mettere a punto una strategia volta a riposizionare sul piano politico la loro richiesta di indipendenza, o, perlomeno, di autonomia all’India. Da allora, si sono moltiplicati gli attacchi a posti di polizia, gli arresti preventivi e il territorio è stato praticamente militarizzato.

Il casus belli
L’apice della tensione lo si è raggiunto a luglio, quando un giovane di 22 anni, Burhan Wani, leader carismatico del movimento unificato, è stato ucciso in uno scontro a fuoco con la polizia. Ai suoi funerali si sono presentati più di 80.000 giovani, nonostante il Governo indiano avesse posto un divieto. E, inutile dirlo, le violenze si sono inasprite.

Incursioni pakistane
Così, arriviamo ai fatti degli ultimi giorni. Il 18 settembre scorso, un commando di militanti armati provenienti dal Pakistan è entrato una caserma dell’esercito indiano ad Uri, in Kashmir, uccidendo 17 soldati, 14 dei quali letteralmente bruciati vivi nel sonno. Il primo ministro Narendra Modi lo ha definito un «attacco terroristico codardo e spregevole», un attacco che sarebbe dovuto essere vendicato. Islamabad, in quella occasione, è stata direttamente accusata dall’India di essere sponsor e commando dei militanti del Kashmir, e per questo ritenuta direttamente colpevole di atti terroristici.

La risposta indiana
Dopo questo episodio, nelle ultime ore il Governo indiano ha annunciato di avere effettuato «operazioni chirurgiche» contro «basi terroristiche» oltre la fatidica linea che divide il Kashmir, «causando un importante numero di vittime». In una conferenza stampa, il direttore generale delle operazioni militari ha spiegato che «la missione è stata conseguenza degli attacchi terroristici del 18 settembre nelle zone di Poonch e Uri». Secondo la maggior parte degli analisti, il primo ministro Modi, salito al potere dipingendosi come l’uomo forte dell’India e soffiando sul fuoco del nazionalismo, ha voluto mostrarsi risoluto nel rispondere all'offesa.

Situazione umanitaria ad alto rischio
Il Pakistan, però, nega tale versione. Secondo Islamabad, le «false notizie» di incursioni sul proprio territorio servirebbero in realtà a coprire lo scontro a fuoco lungo il confine, provocato dall’India, in cui giovedì mattina hanno perso la vita due soldati pakistani. Intanto, la situazione nel Kashmir «indiano» è sempre più tesa. Da ormai due mesi, a Srinagar, capoluogo della regione, il coprifuoco imposto dal Governo e le serrate promulgate dai movimenti autonomisti hanno paralizzato tutte le attività: dal commercio, ai trasporti, alle scuole. Per non parlare, poi, del turismo. E i danni sull’economia sono incalcolabili. Senza contare le perdite umane: in soli 40 giorni, si conterebbero 70 morti e 1800 feriti. Per lo più si tratta di giovani e giovanissimi (l’età media in India è di 26 anni), feriti da proiettili da caccia considerati non letali dal Governo. Moltissimi hanno perso la vista. Le proteste di Amnesty International e di altre organizzazioni umanitarie hanno trovato il Governo indiano sordo.

Mentre l'Onu tace, si scontrano due potenze nucleari
E’ un caos che si autoalimenta, perché questa situazione non ha fatto che legittimare le istanze del Pakistan, che si è offerto di curare i feriti nei propri ospedali. Eppure, sui tavoli internazionali, per questa emergenza non c’è spazio: su questo conflitto, una qualche risoluzione ONU riposa tra la polvere da decenni. E invece la situazione non è affatto da sottovalutare: soprattutto perché a guardarsi in cagnesco ci sono due potenze nucleari storicamente rivali tra loro. Come nei peggiori teatri di guerra, anche qui le istanze politiche si mischiano alle rivendicazioni religiose, rendendo la situazione potenzialmente esplosiva. E il rischio è che la comunità internazionale, come troppo spesso accade, se ne accorga troppo tardi.