26 agosto 2019
Aggiornato 07:00
Ma i repubblicani lo sostengono?

Usa 2016, Donald Trump: l'outsider che ha conquistato il GOP

Dopo il ritiro di Ted Cruz, è stata la volta di John Kasich: perché Donald Trump ha letteralmente sbaragliato la concorrenza. Ma l'establishment repubblicana sarà disposta ad accettare l'indigesto tycoon?

NEW YORK - Dopo il trionfo in Indiana, l'outsider Donald Trump ha letteralmente sbaragliato la concorrenza, conquistando  il 53,5% dei voti e tutti i 51 delegati. Prima è stata la volta di Ted Cruz, che ha amaramente annunciato il suo ritito dalla corsa. «Abbiamo dato tutto. Ma gli elettori hanno scelto un’altra strada», ha detto. La sconfitta era innegabile. Quindi, ci ha pensato John Kasich a deporre le armi: per la verità, dopo essere stato a lungo un candidato abbastanza marginale. Ed ora, l'unico eventuale braccio di ferro che attende Trump al varco - prima di quello finale con il candidato democratico - sarà quello con l'establishment repubblicana, che, se anche con il ritiro di Cruz ha dimostrato di essere disposta a scendere a patti con l'outsider, di certo dovrà trovare il modo di farlo.

Il disagio dell'establishment
Perché la vittoria di Trump apre innanzitutto un problema politico, subito palesato dalle altalenanti dichiarazioni giunte dai vertici del GOP. C'è chi ha lanciato un appello per l'unità del partito, e chi, invece, pur di non darla vinta a The Donald, sarebbe addirittura pronto a votare Hillary Clinton. Tra questi, un volto illustre: Mark Salter, a lungo consigliere del senatore John McCain: «A questo punto sto con Hillary». Molto ripreso anche il messaggio di Ben Howe, opinionista del sito conservatore Redstate.com: «Goodbye Gop, mi sono attaccato alla bottiglia». Dichiarazioni che danno l'idea del ciclone che sta soffiando sul Grand Old Party, dopo che l'outsider ne è divenuto il numero uno.

Il non endorsement dei Bush
Tra i più scettici, George HW e George W Bush, gli unici due ex presidenti repubblicani ancora in vita. Che, per la verità, non hanno espresso un vero attestato di ostilità nei confronti Trump, ma di certo nemmeno un endorsement. Interpellati dal Guardian, i portavoce dei due ex presidenti hanno dichiarato che non parteciperanno alla campagna elettorale. Freddy Ford, portavoce di George W Bush, ha detto al quotidiano britannico: «Il Presidente George W Bush non ha intenzione di partecipare o commentare la campagna presidenziale». Stessa linea anche per il padre: «A 91 anni, il presidente Bush si è ritirato dalla politica. Naturalmente ha fatto alcune cose per aiutare Jeb, ma sono state eccezioni alla regola», ha detto Jim McGrath. Un «no comment» più simile, insomma, a una presa di distanza che a un assist. D'altra parte, l'altro Bush - Jeb - è stato a lungo rivale di Trump nella corsa alla nomination. E si è più volte sorbito gli attacchi del tycoon in merito alla presidenza del fratello. Secondo il Guardian, la decisione dei due ex presidenti ha motivazioni perlopiù personali, a causa della fallimentare candidatura di Jeb Bush, ex governatore della Florida, più volte attaccato da Trump, che lo ha definito una «fonte di imbarazzo per la sua famiglia». Il miliardario americano ha anche ripetutamente criticato George W Bush, accusandolo in particolare di aver mentito sulla presenza di armi di distruzione di massa per giustificare la guerra in Iraq, bollata in più occasioni come «un errore».

Never Trump?
Ad ogni modo, dopo il trionfo di Trump sono stati molti, tra i repubblicani, a dichiararsi «Never Trumpers», cinguettando l'hashtag #NeverTrump. Il che apre una questione tutta politica: sarà capace, Trump, di ridare unità al partito e all'elettorato intorno alla sua figura? In un'intervista alla Nbc, ha dichiarato di volerlo fare, per quanto possibile: il tentativo sarà quello di ricompattare la famiglia repubblicana, «ma non tutta, c’è una parte di cui non ho bisogno». Certo, la verve rimane quella di sempre: «La gente ha votato per me, non per il partito», ha infatti precisato. Resta certo che a Trump serve il sostegno - in primis finanziario - del GOP, mentre il GOP ha bisogno di un leader e dovrà avere il pragmatismo di riconoscere il voto degli elettori. Un compromesso, dunque, sarà necessario, con un avvicinamento di entrambe le parti. Perché poi la vera sfida sarà battere il candidato democratico, che molto probabilmente sarà Hillary Clinton.