1 ottobre 2020
Aggiornato 17:00
La seconda parte della lunga intervista su La Repubblica

Al Sisi avverte l'Italia: «In Libia rischiate un'altra Somalia»

Nella seconda parte della sua intervista a La Repubblica il presidente egiziano al Sisi mette in guardia da un intervento del nostro paese in Libia. Senza un exit strategy, dice, l'Italia rischia di trovarsi impantanata in un'altra Somalia

ROMA - Nella seconda parte della sua intervista a La Repubblica il presidente egiziano al Sisi mette in guardia da un intervento del nostro paese in Libia. Senza un exit strategy, dice, l'Italia rischia di trovarsi impantanata in un'altra Somalia.

Le cinque domande
«L'intervento in Libia? Voglio essere molto sincero, perché l' Italia è un paese amico dell' Egitto ed entrambi siamo molto interessati alla sicurezza nel Mediterraneo. Prima di tutto bisogna chiedersi: qual è la exit strategy?» dice il leader egiziano che spiega: «Mi sembra opportuno porre cinque domande. Uno: come entriamo in Libia e come ne usciamo? Due: chi avrà la responsabilità di rifondare le forze armate e gli apparati di polizia? Tre: nel corso della missione, come si farà a gestire la sicurezza e proteggere la popolazione? Quattro: un intervento sarà in grado di provvedere ai bisogni e alle necessità di tutte le comunità e i popoli della Libia? Cinque: chi si occuperà della ricostruzione materiale? Perché un intervento esterno abbia successo è necessario che riesca a farsi carico di tutti gli aspetti della vita del paese. Non vorrei apparire esagerato nel sottolineare queste domande, ma si tratta dei problemi con cui dovremmo misurarci nell' eventualità di una operazione sul campo. E in ogni caso è molto importante che ogni iniziativa italiana, europea o internazionale avvenga su richiesta libica e sotto il mandato delle Nazioni Unite e della Lega Araba».

Il ruolo dell'Egitto
Rispetto alla situazione libica, al Sisi nell'intervista spiega il ruolo e l'operato dell'Egitto. «Sin dall' inizio l'Egitto ha avuto un ruolo per arrivare alla nascita di un governo nazionale unitario e ha spinto in questo senso assieme ai paesi amici come l' Italia. Stiamo incoraggiando il parlamento di Tobruk ad approvarlo e ci siamo attivati perché tutte le parti in causa si assumano le loro responsabilità».

Errori di fondo
Secondo Al Sisi, in ogni caso, nella percezione della situazione libica, europei e occidentali in generale fanno un errore di fondo: «Gli europei guardano alla Libia come se l' Isis fosse l'unica minaccia: no, non è la sola incarnazione del pericolo, è un errore grave concentrare l' attenzione solo su questa formazione. Dobbiamo capire che la minaccia è nell' ideologia estremista che chiede ai propri seguaci di uccidere chi è fuori dal gruppo e bisogna essere consapevoli del fatto che abbiamo davanti sigle differenti con la stessa ideologia: cosa dire delle reti qaediste come Ansar al Islam, come gli Shabab somali fino a Boko Haram in Africa?».

Alternative
L' intervento occidentale non è l' unica opzione sul tavolo per il Cairo. Al Sisi suggerisce un' alternativa, quella che l' Egitto segue da quasi due anni, appoggiando l' Esercito nazionale libico del generale Haftar, l' armata legata al parlamento di Tobruk. «Ci sono risultati positivi che si possono raggiungere sostenendo l' Esercito nazionale libico. E questi risultati si possono ottenere prima che noi ci assumiamo la responsabilità di un intervento». Finora però le forze dell' Esercito nazionale non sono riuscite a sconfiggere né l'Isis, né le altre formazioni jihadiste, fa notare Repubblica. «Se forniamo armi e supporto all' Esercito nazionale libico, può fare il lavoro molto meglio di chiunque altro, meglio di ogni intervento esterno che rischia invece di portarci in una situazione che può sfuggire di mano e provocare sviluppi incontrollabili. Bisogna tenere a mente due lezioni: quella dell' Afghanistan e della Somalia. Lì ci sono stati interventi stranieri più di trent' anni fa e quali progressi sono stati raggiunti da allora? I risultati sono sotto gli occhi di tutti: la storia parla chiaro».

Dopo Iraq e Siria...
Il problema è lo stesso, che si è ripetuto anche nell' Iraq del dopo Saddam e nella Siria della guerra civile: «Se le istituzioni vengono distrutte, per ricostruirle occorre molto tempo e sforzi significativi. Questa è l' origine delle nostre grandi paure riguardo alla Libia: più tardi agiamo, più rischi si generano. Dobbiamo agire in fretta e difendere la stabilità di tutti i paesi che non sono ancora caduti nel caos, per questo ci vuole una strategia globale che non riguardi solo la Libia ma affronti i problemi presenti in tutta la regione. Problemi che poi possono trasformarsi in minacce alla sicurezza pure in Europa. Guardate cosa sta succedendo con le persone in fuga dalla Siria: cosa accadrebbe ad esempio se l' Europa dovesse misurarsi con un' ondata di profughi due o tre volte più grande di quella attuale? Per questo dico che non ci si può occupare solamente del problema militare della Libia».

(Con fonte Askanews)