16 settembre 2021
Aggiornato 22:30
L'analisi di Nikolas Gvosdev

I 5 messaggi che, dalla Siria, Putin sta lanciando al mondo

Secondo il capo del National Interest americano, le manovre di Putin in Siria sono una chiarissima strategia rivolta al mondo, e all'Occidente, per dimostrare che Mosca non è affatto indebolita come qualcuno vorrebbe far credere.

MOSCA - Il sostegno russo alla Siria si fa sempre più imponente. Mentre Putin, fido alleato di Bashar al-Assad, garantisce supporto tecnico-militare e logistico all'amico, la diplomazia internazionale comincia a muoversi. La prossima settimana il premier israeliano Netanyahu volerà al Cremlino per parlare, appunto, del "dispiegamento delle forze russe in Siria». Tel Aviv è preoccupata per la fornitura di armi a Hezbollah e il rafforzamento dei rapporti con l'Iran, stretto alleato di Damasco. Ma cosa sta dicendo esattamente Putin al mondo con questo suo atteggiamento? La sua strategia riflette senza dubbio la consapevolezza che il rischio di un maggiore coinvolgimento russo in Siria è compensato dai pericoli per gli interessi russi nel caso in cui Assad dovesse cadere. Secondo Nikolas Gvosdev, capo del National Interest ed esperto di politica estera e di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, è tutto piuttosto chiaro: con queste manovre Putin sta lanciando dei messaggi all'Occidente, e neanche troppo velati.

Il primo è che la Russia non è affatto indebolita come qualcuno vorrebbe far credere. Le affermazioni secondo cui le sanzioni occidentali, il calo dei prezzi del petrolio e il rallentamento della crescita economica in Cina avrebbe messo Mosca ko sono assolutamente inesatte e «premature». La Russia rimane «uno dei pochi paesi al mondo» – sostiene Gvosdev – in grado di inviare e sostenere le sue truppe oltre i confini. Il Cremlino sta chiaramente dicendo che prevede di assumere un ruolo attivo nella questione mediorientale, e non intende accettare passivamente l'approccio americano.

Secondo, Putin è totalmente contrario alla posizione di Washington, che vorrebbe la destituzione di un leader per portare la stabilità a lungo termine in Medio Oriente. L'Occidente vuole ridurre l'afflusso dei rifugiati e mitigare la minaccia del terrorismo estremista, ha detto Putin, ma l'esperienza acquisita in Iraq e in Libia insegna che il rovesciamento di Assad «non darebbe i risultati attesi».

La posizione della Russia in Ucraina si è rafforzata e, nonostante «una certa calma», Kiev si trova ad affrontare «gravi problemi economici e politiche nazionali che mettono in discussione la capacità delle autorità ucraine di assicurare la linea di integrazione euro-atlantica del paese». Anzi, le cose sembrano andare nel senso di prolungare un conflitto ormai congelato in cui Mosca conserva la maggior parte della leva finanziaria.

In quarto luogo, il Cremlino cerca di tutelare «i suoi confini rossi». Così come Mosca non avrebbe permesso ai separatisti di affrontare una catastrofica sconfitta la scorsa estate in Ucraina, così non resterà inerme davanti a possibili tentativi stranieri di spodestare Assad. Con più forze russe di terra, e una migliore capacità di difesa aerea da parte siriana, i rischi per qualsiasi tipo di azione NATO o guidata dagli Stati Uniti sono «drammaticamente aumentati». La stessa creazione di una no-fly zone per creare uno spazio protetto a terra per i rifugiati appare oggi difficile.

Quinto e ultimo messaggio: Mosca è pronta a tenere fede agli impegni presi, anche se questo implica un costo in termini di risorse, vita, reputazione. Questo non è passato inosservato in posti come l'Egitto e l'Azerbaigian, dove i governi mettono in dubbio la serietà e l'onestà dell'impegno americano a loro favore. Per i paesi del Medio Oriente che si sono opposti alla politica russa in Siria, la decisione di Putin di alzare la posta li può portare a rivalutare la possibilità che una soluzione vera al problema non passi da Washington, che sarà presto sempre più distratta dalla campagna elettorale, ma da Mosca.