15 settembre 2019
Aggiornato 21:30
Il processo per l'uccisione di Ozgecan Aslan rilancia dibattito

Donne in Turchia, dati allarmanti e speranze dopo le elezioni

Il processo Aslan riporta sotto i riflettori il problema del femminicidio e delle violenze in genere contro le donne nel Paese anatolico. Un dibattito accompagnato da dati allarmanti, ma anche da qualche speranza, alla luce della «rivoluzione» elettorale dello scorso 7 giugno.

ISTANBUL (askanews) - È iniziato oggi il processo per l'omicidio di Ozgecan Aslan, la studentessa universitaria di Tarsus brutalmente uccisa dall'autista di un minibus e dai suoi complici lo scorso febbraio. Tra tutte le vicende di violenza sulla donna resi quotidianamente noti dalla stampa turca come dei banali fatti di cronaca, il caso di Ozgecan è, senza dubbio, quello che ha ottenuto la maggiore copertura mediatica e il sostegno delle istituzioni statali. Il processo riporta sotto i riflettori il problema del femminicidio e delle violenze in genere contro le donne nel Paese anatolico. Un dibattito accompagnato da dati allarmanti, ma anche da qualche speranza, alla luce della 'rivoluzione' elettorale dello scorso 7 giugno.

Gli ultimi numeri diffusi dal portale Bianet, che aggiorna mensilmente una banca dati sul femminicidio, restano drammatici. Nei primi 5 mesi del 2015, 120 donne sono state uccise, 49 sono state violentate, 103 costrette a prostituirsi, mentre 168 sono state ferite 127 hanno subito qualche forma di violenza da parte degli uomini.

Il problema, come spiegano gli esperti, deriva soprattutto dal modo in cui la politica tende a collocare la donna nella sfera pubblica. Se nei tredici anni al potere del Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp) si sono fatti dei miglioramenti a livello legislativo, le dichiarazioni, come l'impostazione islamica moderata e conservatrice dei governanti, hanno delimitato sempre più l'ambito della donna alla famiglia, identificandola con un'unica fondamentale funzione, quella della maternità. Nel paese, che risulta al secondo posto in Europa per il numero delle spose bambine, l'ultima controversa misura in questo senso è arrivato lo scorso maggio, quando la Corte costituzionale, equiparando la convivenza al matrimonio religioso - che in Turchia non ha alcuna valenza legale - ha depenalizzato le unioni consacrate dagli imam, scatenando numerose critiche, tra cui quello della nota scrittrice Elif Shafak che ha definito la decisione del tribunale «un grave errore».

Non sarà facile cambiare la mentalità patriarcale che domina nel Paese, ma dopo le elezioni del 7 giugno scorso le donne avranno sicuramente maggiore parola in merito. Per la prima volta nel parlamento turco figurano infatti 96 seggi (su 550) occupati da deputate. Il filo-curdo Partito democratico dei popoli (Hdp), unica formazione nel panorama turco a dare spazio nel proprio statuto alla parità di genere, è l'artefice principale di questa nuova composizione della camera, avendo contribuito con 31 seggi occupati da donne su 80 (contro i 41 su 258 dell'Akp, i 20 su 130 del Chp - Partito repubblicano del popolo- e i 5 su 80 del Mhp - Partito di azione nazionalista).

«Dopo ogni elezione ci rallegriamo dell'avanzamento millimetrico registrato dalle donne. Ma è ovvio che questa rappresentanza non è ancora sufficiente», commenta il risultato l'avvocato Filiz Keresteciolu, femminista tra le fondatrici della casa di accoglienza per donne Mor Çati e neo-eletta deputata Hdp da Istanbul. «L'aumento del numero delle donne in parlamento è avvenuto come sempre grazie alla loro lotta. Ora il nostro obiettivo è quello di coniugare la battaglia condotta dalle donne per le strade con quella parlamentare. È quindi fondamentale che tutte le rapresentanti siano solidali tra di loro e che riescano ad agire contro la violenza rendendosi conto degli atti antidemocratici dei partiti di cui fanno parte», aggiunge l'attivista.