30 marzo 2020
Aggiornato 13:00
Sudan

Meriam a casa con il figlio

Libera. Finalmente libera. Si chiude così l'odissea di Meriam, la giovane sudanese di 27 anni condannata a cento frustate prima e alla pena di morte poi con l'accusa di apostasia, cioè per la sola colpa di aver abbracciato la religione cristiana dopo aver sposato un cristiano, nonostante il padre fosse musulmano (la madre anche lei cristiana).

KHARTUM - «Meriam e Daniel sono felicissimi. Finalmente l'incubo è finito. E ringraziano tanto gli italiani che hanno dato vita a una mobilitazione straordinaria». Così Antonella Napoli, presidente di Italians for Darfur che dall'inizio della vicenda giudiziaria ha seguito da vicino, e in diretto contatto con avvocati e marito, la sorte della giovane cristiana condannata a morte per apostasia.

«La notizia mi è arrivata via Whatsapp», ha spiegato la Napoli. «Khalid Omer Yousif mi ha scritto: 'Meriam è stata rilasciata'. Scatta subito la telefonata agli avvocati che rispondono solo dopo mezz'ora. E Mohaned Mustafa Alnour alla fine conferma: Meriam Yahia Ibrahim Ishag è una donna libera. La misura è stata decisa da un tribunale d'appello di Khartoum, che ha annullato la sentenza di condanna a morte».

«Per salvare la giovane», ha proseguito ancora, «è stata lanciata una campagna internazionale, alla quale ha contribuito, tra gli altri, l'ong Italians for Darfur. Anche molte ambasciate in Sudan si sono esposte, rivolgendo appelli alle autorità locali».
«Oggi l'epilogo», ha concluso la presidente dell'ong. «Meriam è stata liberata ed è tornata a casa con il marito Daniel e i suoi bambini. Da quando ho iniziato a seguire il caso di questa giovane sudanese condannata ingiustamente ero convinta che la sentenza non potesse essere eseguita. Che non potesse finire diversamente».

Da Amnesty 21.000 firme all'ambasciata sudanese per la libertà di Meriam
Amnesty International Italia, fra le associazioni che si sono spese per la liberazione di Meriam, ha ricordato oggi che la donna era in carcere dall'agosto 2013, col suo primo figlio attualmente di 20 mesi, e in carcere aveva dato alla luce un secondo figlio un mese fa.

La notizia era stata anticipata dall'ambasciatrice del Sudan, S.E. Hassan Gornass poco dopo un cordiale e costruttivo incontro con una delegazione di Amnesty International Italia che le aveva consegnato piu' di 21.000 firme raccolte nelle ultime settimane dall'organizzazione per i diritti umani.

Amnesty International ha colto l'occasione per chiedere la modifica degli articoli del codice penale che favoriscono condanne come quella di Meriam Ibrahim e che non sono in linea con gli obblighi internazionali del Sudan in materia di diritti umani e con la stessa Costituzione ad interim del Sudan.

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