20 marzo 2019
Aggiornato 20:00
Reddito di cittadinanza

C'è il rischio che metà del reddito di cittadinanza vada a chi lavora in nero

L'allarme lanciato dalla Cgia di Mestre: «L'Amministrazione pubblica, al netto delle misure di contrasto previste, sosterrà con il reddito di cittadinanza un pezzo importante dell'economia non osservata»

Il Ministro del Lavoro, Luigi Di Maio
Il Ministro del Lavoro, Luigi Di Maio ANSA

MILANO - C'è il rischio che metà della spesa per il reddito di cittadinanza, circa 3 miliardi di euro, vada a chi lavora in nero. E' l'allarme lanciato dalla Cgia di Mestre, secondo cui è possibile ipotizzare che circa la metà della platea dei teorici destinatari potrebbe essere composta da persone che lavorano in maniera irregolare. E visto che per l'anno in corso ai beneficiari del reddito di cittadinanza il Governo erogherà 6 miliardi, verosimilmente la metà della spesa, pari a circa 3 miliardi, potrebbe finire nelle tasche di persone che non ne hanno diritto.

Lavoro nero, le stime della CGIA

«A causa dell'assenza di dati omogenei relativi al numero di lavoratori in nero presenti in Italia che si trovano anche in stato di deprivazione, non possiamo dimostrare con assoluto rigore statistico questa tesi - ha spiegato il coordinatore dell'Ufficio studi Paolo Zabeo - Tuttavia, vi sono degli elementi che ci fanno temere che buona parte dei percettori del reddito di cittadinanza potrebbe ottenere questo sussidio nonostante svolga un'attività lavorativa in nero, sottraendo illegalmente alle casse dello Stato un'ingente quantità di imposte, tasse e contributi previdenziali. In altre parole, l'Amministrazione pubblica, al netto delle misure di contrasto previste, sosterrà con il reddito di cittadinanza un pezzo importante dell'economia non osservata».

3,3 milioni di occupati che svolgono un'attività irregolare

Secondo l'Istat, spiega la Cgia di Mestre, in Italia ci sono poco meno di 3,3 milioni di occupati che svolgono un'attività irregolare. Se da questo numero rimuoviamo i dipendenti e i pensionati che non hanno i requisiti per accedere a questa misura - pari, in linea di massima, a 1,3 milioni di unità - coloro che pur svolgendo un'attività irregolare potrebbero, in linea teorica, percepire questa misura sarebbero 2 milioni; vale a dire la metà dei potenziali aventi diritto (poco più di 4 milioni). La diffusione dell'economia sommersa nel nostro Paese, spiega la Cgia di Mestre, presenta delle differenze regionali molto marcate che potrebbero provocare delle forti distorsioni a livello territoriale nell'erogazione del sussidio.

«Rischio» Calabria

La regione più a «rischio» è la Calabria che, secondo gli ultimi dati disponibili (anno 2016), presenta 140.700 lavoratori in nero, ma un'incidenza percentuale del valore aggiunto da lavoro irregolare sul Pil regionale pari al 9,4%. Un risultato che è quasi doppio rispetto al dato medio nazionale (5,1%). Segue la Campania che, con 372.600 unità di lavoro irregolari, «produce» un Pil in «nero» che pesa su quello ufficiale per l'8,6%. Al terzo posto di questa particolare graduatoria troviamo la Sicilia, nello specifico con 303.700 irregolari e un peso dell'economia sommersa su quella complessiva pari all'8,1%.

Nord più virtuoso

Le realtà meno interessate dalla presenza dell'economia sommersa sono quelle del Nord: in Friuli Venezia Giulia i lavoratori irregolari sono 56.400: questi ultimi generano un valore aggiunto sommerso che è pari al 4,1 del Pil regionale. In Lombardia, gli occupati irregolari sono 485.600 e producono un valore aggiunto in nero del 3,9% di quello rilevato ufficialmente. La regione più «virtuosa» è il Veneto: i 197.600 lavoratori in nero presenti causano quasi 5,4 miliardi di valore aggiunto sommerso, pari al 3,8 per cento del Pil regionale.