20 agosto 2018
Aggiornato 04:30

Le Olimpiadi: un affare per le banche, un buco nero per gli Stati

Atene, Montreal, Torino, Londra, Rio: le città che si stanno leccando ancora le ferite sono tantissime. La soluzione? Privatizzare i Giochi, far pagare il conto a sponsor e Tv
Cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Pyeongchang.
Cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Pyeongchang. (EPA/DIEGO AZUBEL)

PYEONGCHANG - I Giochi Olimpici avrebbero dovuto unire le due Cooree: la cerimonia di apertura, la sfilata delle bandiere, le strette di mano, i fuochi artificiali. L'edizione in essere, infatti, segna una tregua nella famiglia olimpica, di Pyongyang e Seul, a poche settimane dalle forti tensioni internazionali interrotte all'improvviso dalla riapertura del leader nordcoreano Kim jong-un. Il presidente sudcoreano Moon Jae-in ha accolto il capo della delegazione nordcoreana, Kim Yong-nam, capo dello Stato de facto: i due si sono stretti la mano e si sono messi in posa per le foto di rito. Scontato celebrarne la portata simbolica e culturale, meglio affrontare il piano economico-sociale. Soprattutto in virtù del fatto che l’Italia potrebbe ospitare quelle invernali del 2026. E dopo il gran rifiuto di Roma, molto coraggioso, a invocarle potrebbe essere Torino, che già fu sede dei giochi olimpici invernali del 2006. Su questa possibilità torneremo nei prossimi giorni con un approfondimento.

Spesa pubblica, ma privata
Si chiama «neo keynesismo», ed è il grimaldello con cui si tentano di finanziare grandi opere e grandi eventi. A differenza del keynesismo tradizionale non ha come peculiarità la cosiddetta «alta intensità di lavoro», bensì la «alta intensità di capitali».  Questo perché, come noto, grandi opere e grandi eventi danno lavoro a poche persone, per un breve periodo, e con salari medio-bassi. Non solo, l’ingente mole di capitale investita è solo parzialmente pubblica mentre risulta elevata l’esposizione bancaria, anche in virtù del perverso meccanismo del project financing, ovviamente sulle grandi opere. I grandi eventi, come le Olimpiadi o i mondali di calcio, quindi, danno poco lavoro nonostante l’ingente mole di capitale pubblico e privato investita. Spesso, ma sarebbe meglio dire sempre, lasciano in eredità ruderi e buchi di bilancio. Perché?

Costi astronomici, sempre
Le Olimpiadi sono un investimento sempre oneroso: in media, fra il 1960 e il 2016 (esclusa Rio) le edizioni estive sono costate 5,2 miliardi di dollari, quelle invernali 3,1 miliardi. Quelle di Torino 2006 costarono 4,6 miliardi,  sei volte quanto preventivato. In Italia, è bene ricordarlo, le opere pubbliche "vantano" statisticamente un fattore moltiplicativo pari a sei. Dal tombino al ponte, dal rattoppo di asfalto all’alta velocità: ogni preventivo a termine dei lavori registra un aumento pari a sei volte.Lo studio di Flyvbjerg, Stewart & Budzier del 2016 ha stimato che in tutte le edizioni dei giochi  olimpici, invernali e non, si sono registrati costi superiori del 156%. In 15 dei 19 casi considerati dallo studio, lo sforamento è stato superiore del 50%, in 9 casi oltre il 100%. «A giudicare da queste statistiche», scrivono i ricercatori, «è chiaro che le Olimpiadi  comportano grandi rischi di grandi sforamenti e che le olimpiadi tra i grandi eventi rappresentano l’evento più a rischio con un 100% di probabilità di sforamento»
In poche parole: qualsiasi preventito è sempre sottostimato. L’Italia vanta primati negativi a causa della pesante infiltrazione mafiosa. Rimane celebre la testimonianza di un pentito di ndrangheta, Rocco Varacalli, che nel 2012 durante un processo dichiarò: «Che affari con le Olimpiadi di Torino 2006.»

Nessuno vuole i Giochi?
La tenaglia composta da scarso lavoro e alto indebitamento ha portato alla paradossale situazione che i Giochi Olimpici sempre più spesso sono rifiutati. Atene funge da monito per tutti: Spyros Capralos, presidente del Comitato Olimpico greco, in un celebre intervista al Washington Post sostenne che «nel 2004, non c’erano piani. Nessuno aveva pensato a cosa farsene delle strutture dopo i giochi. E questo, insieme al fatto che mancavano le infrastrutture temporanee, è stato uno dei problemi principali per la città di Atene». Ovviamente questa è un caratteristica di quasi tutte le edizioni dei Giochi: forse solo Barcellona può sostenere di aver fatto fruttare i suoi investimenti.
Le Olimpiadi del 2004 costarono alla comunità greca quasi 7 miliardi euro: tutti finanziati attraverso debito sottoscritto con istituti di credito privati, in buona parte tedeschi. Che, come noto, poi hanno presentato i vari pagherò all’incasso: e in maniera piuttosto convincente e brutale.
Montreal, che organizzò i Giochi Invernali nel 1976 ha terminato di pagare il suo miliardo di debiti dopo trent’anni, Nagano (1998) paga ancora oggi, Torino si dibatte ancora oggi per non andare in pre dissesto.Gli esempi in tal senso potrebbero essere infiniti: i Giochi Olimpici non sono un buon  affare per le comunità, e di solito fungono da bulldozer che spiana la via alla gabbia del debito. Il meccanismo con cui poi le banche possono mettere le mani, a prezzi stracciati, sui beni pubblici. Non a caso che sempre più città che avevano espresso interesse per l’organizzazione dei Giochi, ritirano la candidatura dopo aver valutato attentamente il rapporto tra costi e benefici.

Ma dunque i Giochi sono da abolire?
Con un sistema finanziario che ha, di fatto, abolito la finanza pubblica, nonché la capacità degli Stati di contrarre debito, è possibile organizzare Giochi olimpici senza impiccarsi con le banche? No, non è possibile. E’ come voler le botte piena e la moglie ubriaca.  A questo punto l’unica soluzione è privatizzare i Giochi. Gli sponsor, nonché i media, dovrebbero avere l’obbligo di costruire e gestire impianti, nonché l’intera organizzazione. Stiamo parlando di colossali multinazionali che non avrebbero problemi ad aprire il borsellino. L’alternativa è la costituzione di una banca pubblica, l’abolizione dei vari trattati di bilancio – quanto meno in Europa – la trasformazione radicale del concetto di debito pubblico… Utopie.  Decisamente più semplice che Coca Cola, Nike, Sky e altri colossi si impegnino in maniera da rendere lo sport un valore, non solo economico.