Crisi

I francesi chiudono le fabbriche italiane? La vicenda Comital, 140 famiglie a un passo dalla catastrofe

Una fabbrica di alluminio del torinese rischia di essere abbattuta dalle ferree leggi della mondializzazione economica. Una vicenda paradossale e paradigmatica

Il premier Paolo Gentiloni e il presidente francese Emmanuel Macron
Il premier Paolo Gentiloni e il presidente francese Emmanuel Macron (ANSA/ETTORE FERRARI)

TORINO - Nell’Italia del rilancio e del ritrovato benessere, comprovata dai trionfali dati che giorno dopo giorno raccontano un Paese sempre più ricco e sempre più spensierato, giungono a volte segnali che raccontano quanto la realtà, come noto, è sempre diversa dalla letteratura, specie quella romanzata. Più uno virgola, più uno virgola cinque, più due: sono i dati dell’Istat, di Confindustria, delle agenzie, di tutti i media che con l’incredibile vicenda della Comital di Volpiano, provincia di Torino, stridono. Centoquaranta persone a casa: perché? Non si sa. Eppure una storica fabbrica di alluminio della prima cintura torinese rischia la chiusura totale. Strani passaggi di proprietà in nome della globalizzazione e della sacra competitività sul mercato: la Comital da italianissima diventa, nell’entusiasmo generale, francese. C’est la mondialisation, jolie. Però i nuovi proprietari francesi non sembrano molto interessati e dopo i primi segnali di crisi, decidono per il blocco della produzione, i licenziamenti collettivi e la vendita dei macchinari. L'assessore regionale al Lavoro Gianna Pentenero, esponente di un partito, il Pd, che tesse le lodi del commercio libero e globale, a luglio così commentava la decisione della multinazionale francese: «Richiamiamo l'azienda alle proprie responsabilità: dopo aver annunciato l'intenzione di chiudere lo stabilimento di Volpiano. Un gesto unilaterale che sconcerta e lascia basiti. La Regione, con il comune di Volpiano, chiede con forza il ritiro della procedura di licenziamento per circa 140 lavoratori e l'avvio di un percorso condiviso con le istituzioni e le parti sociali per trovare una soluzione che consenta di tutelare i posti. Riconvocheremo l'azienda a settembre per un incontro tecnico, insieme all'Unione industriale, per valutare ogni possibile soluzione alternativa ai licenziamenti». Il cda, dopo qualche giorno, rispondeva nominando l'attuale amministratore delegato Philippe Carfantan come liquidatore.

Dalla produzione alla vendita
La Comital, un tempo nota con il nome di Cuki, produce laminato in alluminio per l’industria farmaceutica e alimentare, con una fetta di mercato europeo tra il 22 e il 25%, era stata acquisita solo due anni fa dal gruppo francese Aed: in molti sostennero che per i lavoratori della Comital si aprivano le porte del benessere.  I lavoratori hanno cominciato a capire che sotto il fumo l'arrosto non c'era quando un laminatoio si è incendiato e non è mai stato riparato e riattivato. Nel dicembre 2016 i macchinari vengono venduti e poi riaffittati a 335 mila euro ogni tre mesi, mentre il licenziamento collettivo è l’ultimo passo. In pieno paradigma globalista, il danno provocato da capitali che vanno e vengono potrebbe essere salvato da sue offerte: una in arrivo dalla Cina, di cui poco di sa, e una seconda riconducibile ad una cordata italo-svizzera. Altri avventurieri, a cui, addirittura, affidarsi come salvatori? Il problema non è tanto chi potrebbe comprarsi la Comital, bensì se la proprietà voglia esercitare il suo legittimo – perché tale è – diritto di vita o di morte sulla sua «roba» di verghiana memoria, e quindi sui lavoratori. Lo dice chiaramente il sindaco di Volpiano, Emanuele De Zuanne, in una intervista a La Stampa: «La nostra paura è che quella della proprietà francese non sia stata altro che una manovra per togliere di mezzo un concorrente agguerrito. Magari agendo per conto di chissà chi». Parole pesanti di un malpensante? 

Macron e Comital, quale relazione
La chiusura della fabbrica torinese di alluminio, storica, spiega in controluce l’atteggiamento nazionalista del neoeletto presidente della Repubblica, Emmanuel Macron. Ovviamente in relazione alla vicenda dei cantieri navali di Saint-Nazaire, nazionalizzati a discapito della italiana Fincantieri. E’ ovvio che in un contesto globale dominato dalle leggi hobbesiane della sopravvivenza, il Presidente francese abbia deciso di correre ai ripari. Le possibilità di cooperazione amichevole tra soggetti concorrenti nello stesso settore, come mette ben in evidenza la vicenda della Comital, travalica le colonne d’Ercole dell’utopia. Da qui la decisione di nazionalizzare, e quindi di non ricondurre alle leggi del mercato i settori strategici dell’economia: in primis il vulnerabilissimo comparto manifatturiero. E’ possibile ipotizzare, anche come extrema ratio, la nazionalizzazione di una fabbrica come la Comital, e di mille altre che vengono abbattute non dalla crisi, ma da precisi calcoli geopolitici? La risposta, al momento, è no. Anzi, suona come una bestemmia. Anche se la Francia lo fa. Ci troveremo quindi di fronte a licenziamenti collettivi utilizzati per abbattere il sistema industriale italiano? In cui il più forte, sempre straniero, corre in Italia per comprare a prezzi stracciati e poi eliminare un concorrente?