20 ottobre 2019
Aggiornato 23:00
Una vittoria annunciata

Vince Trump, e dal comunicato finale dell'FMI scompare la parola «protezionismo»

Un cambiamento significativo se pensiamo che, ancora a ottobre scorso, l'IMFC aveva affermato ancora una volta esplicitamente che il «protezionismo» costituiva una minaccia per la crescita globale.

FMI, vince Trump e dal comunicato sparisce la parola protezionismo
FMI, vince Trump e dal comunicato sparisce la parola protezionismo ANSA

WASHINGTON - Dopo il G20 anche il Fondo Monetario Internazionale è costretto a tenere conto della nuova impostazione anti-globalizzazione degli Stati Uniti dopo l'avvento di Donald Trump alla Casa Bianca. Nel comunicato finale del International Monetary and Financial Committee (IMFC), l'organo più rappresentativo dell'istituzione di Washington, è stata cancellata la parola «protezionismo», alla stessa stregua di quanto era successo al vertice G20 di Baden Baden. Una vittoria annunciata per Steven Mnuchin, segretario al Tesoro Usa e propugnatore del 'nuovo corso' delle istituzioni internazionali.

«La parola protezionismo è ambigua», ha spiegato in una conferenza stampa Augustin Carstens, presidente dell'IMFC, l'organo politico del FMI. Il comunicato si accontenta ormai semplicemente di mettere in guardia contro le misure di ripiegamento economico. Un cambiamento significativo se pensiamo che, ancora a ottobre scorso, l'IMFC aveva affermato ancora una volta esplicitamente che il «protezionismo» costituiva una minaccia per la crescita globale.

L'inizio del cambiamento nei consessi internazionali - va ricordato che al Fmi gli Stati Uniti, primo azionista dell'istituzione, detengono un diritto sostanziale di veto - era cominciata a metà marzo a Baden Baden in Germania, quando l'amministrazione Trump, che minaccia di aumentare le tariffe doganali e denuncia gli accordi di libero commercio, aveva ottenuto la cancellazione di qualsiasi riferimento al protezionismo nel comunicato finale del ministri finanziari del G20 dopo negoziati molto complessi.

Alla domanda se il Fmi avesse ceduto alle pressioni degli Stati Uniti, Carstens ha glissato. «Non c'è paese al mondo che non abbia alcuna restrizione sul commercio», ha detto, sottolineando che i Paesi membri del Fondo hanno cercato di trovare un modo «più positivo e costruttivo» per parlare di commercio mondiale nella loro dichiarazione finale. Il leader dell'Imfc, che è anche il governatore della banca centrale del Messico, ha preferito invece rimarcare il consenso che esiste tra i 189 paesi membri del FMI sui benefici del commercio. «Tutti sono d'accordo che abbiamo bisogno di un commercio libero ed equo», ha detto. Aggiungendo subito dopo che «bisogna lavorare per rafforzare il contributo del commercio per le nostre economie», con una citazione testuale del comunicato finale del IMFC.

Ma non è solo la parola protezionismo a essere scomparsa dai vertici internazionali dopo la vittoria di Trump. Alla Banca mondiale, che tradizionalmente è guidata da un americano, con un peso altrettanto rilevante di Washington nella governance, la menzione dei cambiamenti climatici e degli accordi di Parigi sono scomparsi nel comunicato finale, segnando un brusco cambiamento rispetto allo scorso ottobre.

Il Comitato per lo Sviluppo di questa istituzione si è limitato questa volta a menzionare i «beni pubblici globali», mentre ancora nello scorso autunno aveva sottolineato che lo «sviluppo» avrebbe registrato dei cambiamenti fondamentali a causa, in particolare, dei cambiamenti climatici, dei disastri naturali e delle pandemie.

Anche il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco nel suo intervento consegnato per il Development Committee della Banca Mondiale, pur criticando il protezionismo, non ha mai menzionato tale parola. Sottolineando che i successi raggiunti negli ultimi anni con la lotta alla povertà «potrebbero essere messi a rischio se il processo di liberalizzazione del commercio dovesse arrestarsi o addirittura arretrare», aggiungendo che "nuove barriere alle transazioni internazionali rallenterebbero la ripresa del commercio mondiale e metterebbero in questione il modello di business dominante basato sulle catene di valore mentre «a loro volta investimenti, innovazione e produttività sarebbero colpiti negativamente».

Nell'ultimo comunicato del Development Committee sono spariti altri riferimenti rilevanti. Se nel comunicato dello scorso ottobre venivano citati obiettivi lo «sviluppo sostenibile e l'accordo del COP21» sul clima raggiunto a Parigi, tali posizioni risultano mancanti nel comunicato di questi Spring Meetings. Il presidente Trump ha ripetutamente criticato gli accordi del dicembre 2015 alla convenzione di Parigi sulla riduzione delle emissioni di gas serra e ha annunciato l'intenzione di rilanciare il settore del carbone - uno dei massimi imputati per l'emissione di gas-serra - negli Stati Uniti. Se il capo dell'Agenzia statunitense Environmental Protection (EPA) chiaramente definito dal contratto, Trump dovrebbe decidere entro la fine di maggio se disdettare gli accordi di Parigi nei quali l'amministrazione Obama aveva accettato di ridurre le emissioni di CO2 del 26-28% entro il 2025 rispetto ai livelli del 2005.