23 giugno 2017
Aggiornato 13:30
Una storia iniziata nel 2011

Ligresti, condannati Jonella e papà Salvatore: la fine della «famiglia Fonsai»

6 anni a Salvatore Ligresti e 5 anni e 8 mesi a sua figlia Jonella, più l'interdizione per entrambi dai pubblici uffici e una multa in totale di 2 milioni 200mila euro. Così hanno deciso i giudici di Torino

TORINO - Si chiude oggi l'ultimo dei tre processi di primo grado sul caso Fonsai: 6 anni al patron ormai 84enne Salvatore Ligresti e 5 anni e 8 mesi a sua figlia Jonella, più l'interdizione per entrambi dai pubblici uffici e una multa in totale di 2 milioni 200mila euro. Così hanno deciso i giudici di Torino. «Aggiotaggio informativo e falso in bilancio» la motivazione della condanna, in riferimento a quando i Ligresti occupavano i vertici di Fondiaria Sai. 2 anni e 6 mesi sono stati inflitti anche all'ex revisore di Fonsai Riccardo Ottaviani, e 5 anni e 3 mesi più una multa da 700mila euro all'ad Fausto Marchionni. Assoluzione invece per l'ex vicepresidente della Compagnia Antonio Talarico e per l'ex revisore Ambrogio Virgilio.

L'accusa aveva chiesto 7 anni e 3 mesi
L’accusa, sostenuta dal pm Marco Gianoglio, aveva chiesto sette anni e tre mesi per i due Ligresti e 2 milioni di euro di multa. La difesa aveva spinto per l’assoluzione sia per Salvatore, per via della mancanza del profitto relativo all’aggiotaggio, sia per la figlia, che, a detta loro, «non ha mai detto il falso»: «Se ci sono state irregolarità si è trattato di errori e certamente non di dolo». Certamente...

La fusione tra Fonsai e Unipol voluta da Mediobanca
Tutto inizia nel 2011: Fonsai, Milano Assicurazioni e Prefamin, principali società della famiglia Ligresti, sono sull'orlo del baratro e don Salvatore viene spinto da Mediobanca, storico partner della famiglia, a cederle. A chi? A Unipol. Mediobanca vuole la fusione. Siamo nel 2012 quando la Procura di Milano apre un'inchiesta in riferimento al presunto aggiotaggio su due trust esteri titolari del 20% di Premafin, riconducibili a papà Salvatore. Un secondo filone d'inchiesta riguarda la bancarotta delle holding immobiliari di famiglia. Nel maggio dello stesso anno per Ligresti e l'ad di Mediobanca, Alberto Nagel, scatta un'indagine che parte proprio dall'accordo sottobanco tra i due: Salvatore si impegna a non ostacolare la fusione Unipol-Fonsai in cambio della concessione, da parte di Nagel, di una lunga lista di vantaggi.

L'arresto del 2013
Nello stesso anno anche la Procura di Torino decide di avviare un'inchiesta per falso in bilancio e ostacolo all'attività di vigilanza: questo filone porterà, il 17 luglio 2013, all'arresto di Salvatore (ai domiciliari per l'età avanzata) e delle figlie Jonella e Giulia. Solo il figlio Paolo la scampa, perché in quel momento si trova a Lugano, essendo diventato cittadino svizzero da 21 giorni appena (guarda caso...). Si costituirà poi dopo due anni di latitanza. L'accusa è di aver taciuto l'ammanco di 600 milioni di euro (salito poi a 800 milioni) manipolando la riserva sinistri senza alcuna comunicazione agli investitori, con un danno per loro stimato in 250 milioni di euro.

La fine di Giulia e Paolo
Sia Giulia che Jonella tentano il patteggiamento. L'istanza di Giulia, assai provata dal carcere, viene accolta: il processo per lei si chiude a Torino con una condanna a 2 anni e 8 mesi. Paolo viene assolto a Milano nel dicembre 2015 «perché il fatto non sussiste», ma la partita per lui è ancora aperta. Diversa la sorte riservata alla sorella: la richiesta di Jonella viene respinta nel gennaio 2014. Il gip di Torino ritiene troppo esigua la pena proposta di 3 anni e 4 mesi, più 30mila euro di multa.