26 novembre 2020
Aggiornato 04:00
I nuovi sovrani d'oriente

I fondi arabi stanno scalando l'economia italiana. Che rischi corriamo davvero dopo Parigi?

Dopo i fatti di Parigi è ancor più lecito porsi alcuni interrogativi. Aprire le porte ai fondi sovrani stranieri – in particolare arabi - ci espone infatti a rischi non indifferenti

ROMA – I fondi arabi stanno scalando l'economia italiana. Solo l'anno scorso sono stati investiti nel nostro paese circa 2 miliardi di dollari, provenienti da Qatar, Abu Dhabi e Kuwait. Quest'ultimo, per esempio, ha sborsato a ottobre 197 milioni di dollari per aggiudicarsi il 2,06% di Poste Italiane. L'Italia ha bisogno degli investimenti stranieri per uscire dalla crisi, e accoglie gli emiri a braccia aperte. Ma i fatti di Parigi dimostrano che corriamo rischi geopolitici e strategici precisi. E, forse, siamo già dentro una guerra economica dalle imprevedibili conseguenze.

Il meeting dell'Ifswf e il tappeto rosso di Milano
Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha accolto a braccia aperte, a fine settembre, i sovrani mondiali riuniti per la prima volta in Italia, a Milano, in occasione del settimo meeting annuale dell'Ifswf (International Forum of Sovereign Wealth Funds). Nello storico hotel Principe di Savoia, si sono incontrati i leader di 32 fondi sovrani di 29 paesi differenti, che insieme detengono oltre 4.000 miliardi di dollari: oltre il doppio del pil italiano in termini reali. Tra questi paesi, in particolare, c'erano anche la Cina, il Qatar, Abu Dhabi e il Kuwait, che da soli hanno investito nel Belpaese oltre 2 miliardi di dollari nel 2014. Capitali freschi, di cui l'Italia ha bisogno per rilanciare la sua economia e uscire dalla crisi.

I fondi sovrani arabi stanno scalando l'economia italiana
Gli investimenti arabi nel nostro paese sono piuttosto variegati. Il Qatar ha acquistato palazzi, alberghi, perfino interi quartieri. Abu Dhabi ha preferito investire nelle banche (è il primo azionista singolo di Unicredit), nella nostra compagnia di bandiera (Etihad e l'operazione Aitalia) e nella difesa (è azionista di maggioranza in Piaggio). Il Kuwait ha sborsato a ottobre 197 milioni di dollari per aggiudicarsi il 2,06% di Poste Italiane. E' in corso una vera e propria scalata all'economia italiana da parte di questi sovrani d'Oriente, perché i Paesi emergenti hanno accumulato grandi capitali che devono essere collocati sul mercato e l'Italia ha diversi settori strategici potenzialmente interessanti, rivelandosi così il paese giusto nel quale investire. Il governo italiano, da parte sua, ha srotolato il tappeto rosso e ha deciso di chiudere un occhio sui rischi geopolitici cui potremmo essere esposti, ma non vanno sottovalutati perché la strategia degli emirati non è così trasparente.

Interessi geopolitici dietro gli investimenti finanziari?
Dopo i fatti di Parigi, infatti, è ancor di più lecito porsi alcuni interrogativi. Aprire le porte ai fondi sovrani stranieri – in particolare arabi - ci espone a rischi non indifferenti. Come scrive Gabriella Colarusso su Pagina 99, riportando le parole di Bernardo Bortolotti (direttore dell'Osservatorio della Bocconi) il rischio più alto che corriamo risiede nel fatto che «dietro le scelte di questi sovrani d'Oriente si possa inserire surrettiziamente un'agenda di natura politica, con gli investimenti che diventano una specie di quinta colonna per iniziare una guerra di natura economica ed espropriare l'azienda nella quale si investe di tecnologie o saperi pregiati.» Il pericolo non risiederebbe solo nella natura dei rapporti geopolitici, ma anche e soprattutto nel trasferimento di conoscenza (tecnologie e know-how) già in atto.

Quali rischi corriamo davvero
I fondi sovrani sono fondi di investimento controllati da uno stato in grado di agire su scala globale, una sorta di prolungamento degli interessi economico-politici dello stesso. Ignorare l'origine e la natura di questi fondi in funzione di necessità contingenti potrebbe essere un errore nell'epoca del terrorismo. Nessuno dei fondi sovrani che ha investito ingenti risorse in Italia ha un ufficio di corrispondenza a Roma o a Milano, e questa assenza contribuisce ad alimentare la diffidenza dell'opinione pubblica e quella dei policymakers. La strategia degli emirati è nebulosa e il golden power del governo non sembra in grado di diradare le nebbie e preservare la nostra ricchezza economica più importante: il know-how dell'economia italiana. L'Italia – inutile negarlo – ha bisogno dei capitali stranieri, ma alla luce dei fatti di Parigi, sarebbe forse opportuno iniziare a prendere qualche precauzione in più. Non c'è bisogno di arrivare a temere gli attentati del terrorismo islamico, a metterci sull'allerta dovrebbe bastare il pericolo di una guerra economica in piena regola dalle imprevedibili conseguenze.