29 settembre 2022
Aggiornato 03:30
la proposta di boeri fa tremare i politici

Pensioni, perché bisogna tagliare i vitalizi dei parlamentari

Il presidente dell'Inps, Tito Boeri, propone di tagliare fino al 50% gli assegni oltre 80-85mila euro all'anno, percepiti come vitalizio dai nostri politici

ROMA – Il presidente dell'Inps, Tito Boeri, per migliorare il sistema previdenziale italiano ha proposto il taglio dei vitalizi dei politici fino al 50%. Una misura che andrebbe a colpire una platea di circa 200mila privilegiati, che percepiscono delle pensioni sproporzionate (molto più alte) rispetto ai contributi versati. Ma – come era facile prevedere – i soggetti coinvolti non sono affatto d'accordo. Ecco perché bisognerebbe avallare la proposta di Boeri.

La proposta audace di Tito Boeri
Nel pacchetto di misure avanzate per una riforma complessiva delle pensioni c'è una proposta a dir poco audace. E' quella del presidente dell'Inps, che propone di tagliare fino al 50% gli assegni oltre gli 80-85mila euro all'anno, percepiti come vitalizio dai nostri politici. Una misura che andrebbe a colpire per l'esattezza 230mila persone su un totale di 16 milioni di pensionati: una piccola percentuale, dunque, ma la cui spesa pachidermica grava enormemente sulle tasche dei cittadini. La platea in questione è composta non solo da politici, ma anche da dirigenti aziendali e personale delle Ferrovie dello Stato.

La sostenibilità del sistema pensionistico è a rischio
La notizia, naturalmente, ha gettato nel panico i soggetti coinvolti perché non intendono rinunciare ai propri privilegi economici. Ma il quadro previdenziale italiano impone degli interventi inderogabili, soprattutto sul fronte dell'equità. Spiega Boeri: «Il sistema pensionistico si regge sul patto tra generazioni. Chi oggi lavora paga le pensioni a chi è in pensione, e lo fa nell’aspettativa che quando verrà il suo turno siano trattati allo stesso modo. È importante che questo fatto sia chiaro e che non sia percepito come iniquo. La sostenibilità non deve perciò essere solo finanziaria, ma anche sociale». Per questa ragione, è necessario chiedere un contributo sociale a quelle «persone che hanno delle pensioni piuttosto alte e che quindi possono in qualche modo permetterselo».

Rendite sproporzionate per pochi privilegiati
Boeri vorrebbe dunque dare una bella sforbiciata a queste rendite, che non sono proporzionate ai contributi versati, e che – inoltre – vengono percepite da pensionati privilegiati perché già in possesso di altri redditi personali elevati. Tra questi c'è non solo il forzista Renato Brunetta (che non a caso si sta scagliando contro Tito Boeri in queste ore), ma anche tanti altri nomi illustri del panorama politico italiano. In realtà, però, c'è anche un'altra ragione per cui sarebbe opportuno tagliare queste rendite da capogiro: hanno perso, infatti, la ratio per cui erano state originariamente concepite. Oggi non sono solo un privilegio insostenibile dal punto di vista finanziario e insopportabile dal punto di vista sociale per il paese nel suo complesso, ma anche una realtà anacronistica che ha perso la sua ragion d'essere.

Dai vitalizi ai privilegi
Quando vennero introdotti, nella prima legislatura della Repubblica italiana, i vitalizi degli onorevoli avevano infatti uno scopo più che condivisibile: servivano a garantire ad ogni parlamentare la libertà di svolgere il proprio mandato senza condizionamenti economici. Anche i meno ricchi avrebbero potuto, grazie a questo contributo monetario, dedicarsi all'attività politica onestamente e liberamente nella consapevolezza che avrebbe avuto di che vivere una volta concluso l'impegno in Parlamento. Con l'andare del tempo, però, il vitalizio si è trasformato in un vero e proprio privilegio, sempre più generoso per quanto riguardava l'importo dell'assegno: secondo i calcoli effettuati da Emilio Rocca, economista dell'Istituto Bruno Leoni, le rendite incassate dai vecchi deputati e senatori italiani oggi superano di oltre il 500% gli accantonamenti contributivi effettuati. Non più un vitalizio, dunque, ma un privilegio a tutti gli effetti.

La riforma del 2012 e il santo «gabbato»
Vero è che dal 1° gennaio 2012 le pensioni dei parlamentari sono state ridotte: perché adesso gli assegni vengono calcolati con il metodo contributivo, cioè soltanto in proporzione ai contributi versati, come avviene per tutti gli altri lavoratori, mentre prima venivano calcolate con quello retributivo. Peccato, però, che sia stato dimenticato – diciamo così - un dettaglio non indifferente: le nuove regole si applicano con il sistema pro-rata, valgono cioè soltanto per la parte di pensione maturata dopo il 31 dicembre 2011. Questo significa che chi era già in Parlamento prima della riforma ha maturato il diritto a percepire una quota consistente del vitalizio calcolata ancora con le vecchie regole (ben più vantaggiose) e non con quelle nuove. Fatta la legge trovato l'inganno. Ecco, allora, che alla luce di tutto ciò la proposta di Tito Boeri non ci sembra affatto così malvagia.