15 novembre 2019
Aggiornato 16:30
Confagricoltura: «Lavorare uniti»

Latte, crisi senza fine: come siamo arrivati a questo punto

Gli allevatori preparano la protesta. In Piemonte il prezzo medio del latte alla stalla è di 34 - 35 centesimi al litro, per prendere un caffè al bar è necessario produrre 3 litri di latte

TORINO - A gennaio del 2014 in Piemonte il prezzo medio del latte alla stalla era di 39 centesimi al litro, esclusi i premi qualità. Oggi, nella migliore delle ipotesi, si arriva a 34 - 35 centesimi al litro, compresi i premi qualità, ma non è così raro trovare partite pagate meno di 30 centesimi al litro. Per prendere un caffè al bar è necessario produrre 3 litri di latte. Cioè: un litro di latte alla stalla vale meno di 700 lire, tanto quanto valeva nel 1997, ma allora il prezzo al consumo era di 2.000 lire al litro, mentre oggi supera le 3.000 lire. Il costo della materia prima incide sempre meno; allora pesava per il 35% sul prezzo finale, mentre adesso siamo al 20%. Il margine che hanno perso gli agricoltori è andato all’industria e alla grande distribuzione.

Una crisi mondiale
La crisi del latte – denuncia Confagricoltura - non nasce dal caso. «Viviamo in un mondo globalizzato e ormai da tempo il prezzo del latte non viene più deciso nella pianura padana. A livello mondiale, europeo e italiano negli ultimi tempi è aumentata la produzione, i consumi stagnano, è finito il regime delle quote latte dell’Unione europea e molti allevatori hanno incentivato la produzione. A livello internazionale i prezzi sono più bassi rispetto al passato». E ancora: i costi di produzione del nostro Paese sono più alti rispetto a quelli delle altre nazioni europee, paghiamo di più l’energia (gas, luce, combustibili), spendiamo di più per la manodopera - non perché i lavoratori italiani siano più cari, ma perché i nostri oneri sociali sono più alti - paghiamo di più per gli affitti dei terreni e per comprare la terra. L’effetto combinato delle difficoltà di mercato e dei costi di produzione elevati si traduce in una perdita di competitività che penalizza i nostri allevatori.

Gli errori commessi
Inoltre, continua Confagricoltura, «non bisogna sottovalutare gli errori che si sono commessi, senza cercare capri espiatori, ma indicando chiaramente le responsabilità». Con il senno di poi - ma Confagricoltura e le organizzazioni che si riconoscono in Agrinsieme l’avevano già denunciato allora, senza mezzi termini - la Legge 33 del 2009 è stata un errore perché ha penalizzato gli allevatori che avevano già scelto di mettersi in regola nel passato, creando un ulteriore vantaggio per chi si è sempre posto fuori dalla legalità. La rottura del fronte unitario degli agricoltori, cercata e voluta da alcune organizzazioni, è stata un ulteriore danno. La scelta di costituire cooperative che hanno come riferimento un unico acquirente si è rivelata una scelta scarsamente lungimirante e oggi molti allevatori pagano il conto di quella decisione. I produttori di latte per uscire dalla crisi dovranno affrontare una vera e propria traversata del deserto di proporzioni bibliche. Con un avviso a chi si mette in marcia per la terra promessa: «non ci sono scorciatoie. Non esiste (purtroppo) una ricetta anti-crisi che offra risultati immediati».

Priorità ai prodotti Dop
Alcune indicazioni per non perdere la bussola sono rappresentate dall’ulteriore riduzione dei costi di produzione del latte alla stalla (si è già fatto molto, ma si può fare sempre meglio), da un miglior sfruttamento dei fondi comunitari, nazionali e regionali a disposizione del settore primario e del comparto lattiero caseario, da un rafforzamento della cooperazione sana, che sappia guardare alle esigenze della produzione confrontandosi con il mercato, tenendo presente che «piccolo è sempre meno bello». Si dovrà cercare un’ulteriore valorizzazione delle produzioni a denominazione d’origine protetta che garantisca, nei fatti, un miglior apprezzamento della produzione, si dovrà perseguire una maggior tutela dalla contraffazione delle nostre produzioni, sul fronte interno e sui mercati internazionali.

Il sistema delle quote è stato fallimentare
Occorrerà anche riflettere, senza preclusioni, su un sistema di contingentamento delle produzioni, imposto per legge o attuato per libera scelta degli allevatori. Il sistema delle quote si è rivelato un fallimento sotto l’aspetto della gestione, ma dal punto di vista della tutela dell’equilibrio produttivo ha dimostrato di avere sua validità. Sulla qualità e sul made in Italy si sono già sprecate troppe parole. Ciò che serve è una vera tutela delle nostre produzioni. Occorrono controlli più accurati, non soltanto alle frontiere una volta all’anno, ma con verifiche quotidiane accurate, partendo dalle banche dati per finire agli stabilimenti di produzione e ai centri di distribuzione.

Il prezzo lo fa il mercato, non la politica
Serve – a parere di Confagricoltura - una maggior maturità tra i produttori, che devono acquisire consapevolezza della centralità del loro ruolo. Gli allevatori devono prendere coscienza che divisi non si va da nessuna parte, che i risultati non si possono raggiungere nell’arco di una settimana o con una manifestazione di protesta, che la strada per arrivare al miglioramento delle loro condizioni è lunga e deve essere percorsa ogni giorno con coraggio, con passione e grande determinazione, senza cedere alle lusinghe di accordi politico-sindacali salvifici. A scanso di equivoci: il prezzo del latte lo fa il mercato e non lo decide la politica, né qualche organizzazione sindacale.

Ricostruire i rapporti di filiera
Bisogna migliorare, ma forse meglio sarebbe dire ri-costruire, i rapporti di filiera, che devono necessariamente crescere e maturare. Assistiamo ancora troppo spesso a posizioni scarsamente rispettose delle legittime richieste del mondo produttivo. «È necessario che il mondo dell’industria e della grande distribuzione si dimostri, nei fatti, disponibile a colloquiare con franchezza e trasparenza con il mondo agricolo». Tenendo presente che per arrivare al miglioramento dei rapporti si possono compiere passaggi graduali, attraverso un confronto pacato, ma che esistono anche altri altre strade. Per questo, restando uniti, non si può trascurare a priori anche una stagione di confronti accesi, se non di scontri, con il mondo dell’industria e della grande distribuzione. «Gli atti violenti sono sempre da condannare e gli allevatori non vogliono danneggiare nessuno, ma a volte il confronto duro può servire per ricompattare i fronti e per far capire a tutti gli interessi in gioco». La politica, infine, dovrebbe esercitare il suo ruolo, rinunciando a qualche annuncio e mettendo a confronto le forze in campo, con gli strumenti che ha a disposizione, mediando tra le parti e impegnandosi realmente per ottenere un accordo rispettoso degli equilibri di mercato e garante della dignità di tutti gli attori.