20 novembre 2019
Aggiornato 02:00
«Irrazionale imporre costi per miliardi di dollari»

Vittoria per la lobby del carbone USA

La Corte suprema degli Stati uniti ha bocciato la norma che voleva limitare fortemente le emissioni, soprattutto di mercurio, delle centrali elettriche nel Paese. Secondo i giudici, l’Environmental Protection Agency (Epa) nel formulare i nuovi parametri non ha preso in considerazione il costo che le società energetiche avrebbero dovuto sostenere per adeguarsi alla normativa

WASHINGTON – Alla fine l'ha spuntata la lobby del carbone: la Corte suprema degli Stati uniti ha bocciato la norma che voleva limitare fortemente le emissioni, soprattutto di mercurio, delle centrali elettriche nel Paese. Secondo i giudici l’Environmental Protection Agency (Epa), l'agenzia federale che si occupa della protezione ambientale, nel formulare i nuovi parametri Mats (Mercury and Air Toxics Standards) non ha preso in considerazione il costo che le società energetiche avrebbero dovuto sostenere per adeguarsi alla normativa.

TAGLIO EMISSIONI COSTA 9,6 MILIARDI - La Corte si è spaccata letteralmente in due per arrivare al verdetto, che è passato con 5 voti favorevoli e quattro contrari. I cinque giudici eletti da un presidente repubblicano (John Roberts, Antonin Scalia, Anthony Kennedy, Clarence Thomas e Samuel Alito) hanno votato contro la norma e i quattro «democratici» (Sonia Sotomayor, Elena Kagan, Stephen Breyer e Ruth Bader Ginsburg) a favore. Il giudice Scalia ha spiegato nel suo commento che «non è razionale, né tantomeno 'appropriato', imporre costi per miliardi di dollari per avere in cambio pochi dollari in benefici per l'ambiente o per la salute». Con i limiti alle emissioni previsti dall'Epa infatti, secondo gli oppositori circa 600 centrali a carbone avrebbero dovuto sobbarcarsi spese per 9,6 miliardi di dollari, mentre i benefici sarebbero stati compresi in una cifra tra i 4 e i 6 milioni di dollari. Secondo l'Epa e diversi gruppi ambientalisti invece il ritorno economico dell'abbattimento degli inquinanti si sarebbe aggirato intorno ai 37 miliardi di dollari, il costo di 11mila morti premature e della perdita di mezzo milione di giorni di lavoro in un anno.

EPA DOVRA' TENERE CONTO COSTI PER INDUSTRIA - Con questa decisione i giudici supremi hanno rovesciato il verdetto della Corte d'appello del distretto della Columbia. Il caso era stato sollevato nei mesi scorsi da diversi gruppi industriali e una ventina di Stati che avevano presentato ricorso contro l'Epa davanti alla Corte d'appello, sostenendo che queste limitazioni avrebbero provocato la chiusura di diversi impianti con la conseguente perdita di migliaia di posti di lavoro, crollo della domanda di carbone e innalzamento delle bollette elettriche. Se la norma fosse andata in porto le centrali termoelettriche avrebbero dovuto tagliare del 30 per cento le proprie emissioni entro il 2030, fatto che avrebbe portato a un miglioramento della salute pubblica secondo l'Epa. I giudici federali avevano dato ragione all'Epa, spiegando che i limiti chiesti contro l'inquinamento erano «appropriati e ragionevoli». La questione comunque non è ancora chiusa: ora l'Epa dovrà riscrivere il proprio regolamento in materia, tenendo conto dei costi che questo avrà sull'industria del carbone.