21 novembre 2019
Aggiornato 04:00
Il cambio di marcia deve venire da un diverso modo di produrre e di lavorare

Il posto fisso bisogna cercarlo nell’innovazione

Intanto lo Smau, la maggiore rassegna di It si apre senza il ministro dell’Innovazione

Parlare di lavoro fa bene al lavoro? Sono bastate quelle due parole «posto fisso» pronunciate dal ministro dell’Economia per scatenare un pandemonio.
E così il lavoro da ventiquattro ore è tornato al centro del dibattito.
Come ormai avviene sistematicamente nel nostro paese, dove si formano simultaneamente due schieramenti pronti ad azzannarsi, anche se c’è da discutere se la pizza napoletana sia quella con le alici o senza, il fronte delle reazioni si è immediatamente spaccato fra chi ritiene che Tremonti abbia guardato avanti e chi lo accusa di avere invece girato lo sguardo all’indietro.

Un valore «ovvio» - In altri tempi, più propensi all’ironia che all’isterismo, forse avrebbe messo d’accordo tutti una di quelle massime elargite nella televisione di Arbore da Massimo Catalano, passato ormai alla storia per i suoi famosi detti che più o meno dicevano:»E meglio sedersi ad una tavola imbandita, piuttosto che stare in mezzo alla strada, sotto la pioggia e senza nemmeno un pezzo di pane».
A Berlusconi l’aspetto ovvio dell’affermazione di Tremonti non è sfuggito, e infatti si è affrettato a dare ragione al suo ministro dell’Economia.
D'altronde è altrettanto ovvio che nessun presidente del Consiglio possa sostenere che la precarietà, l’instabilità, magari la disoccupazione, possano essere considerati un valore.
Quindi, da ventiquattro ore le migliori menti del Paese si accapigliano per niente, aggrappati alla madre di tutte le ovvietà? O c’è dell’altro?

Lo «spettro» della rendita a vita - Sì, c’è dell’altro. Con quelle due parole Tremonti non ha solo sottolineato l’ovvietà che il posto fisso è meglio averlo che non averlo, ha anche evocato lo spettro del posto fisso concepito come la rendita a vita messa in palio dalla più recente lotteria dell’Enalotto. Ha riportato alla luce l’assenteismo, il lassismo, il menefreghismo di Stato.
E non è un caso se il primo ad inalberarsi sia stato il ministro Brunetta che con il «posto fisso», con le corporazioni, con le carriere incatenate, deve ancora vedersela tutti i giorni.
Ma è pensabile che Tremonti, indicato da Berlusconi, perlomeno fino a poche settimane fa, come «il genio dell’economia che tutti ci invidiano» improvvisamente sia stato colto dall’insopprimibile desiderio di riesumare le mummie nei sarcofagi?
Forse non c’era anche Tremonti il secolo scorso, quando una concezione del lavoro (ma anche delle pensioni, della previdenza, dei finanziamenti a pioggia, del clientelismo, del nepotismo ) fondata sullo slogan «tutti diritti, niente doveri» ci trascinava sull’asse inclinato della scorsa competitività e del declino?
Giulio Tremonti c’era, ma, gli va riconosciuto, stava sul versante opposto di quello occupato da chi tifava per la difesa conservatrice di ogni privilegio.
E’quindi molto improbabile che il ministro si sia lasciato affascinare da un ripensamento fuori tempo massimo. E’ invece più plausibile che Tremonti, davanti ad una crisi che ha messo in discussione ben altri capisaldi inespugnabili, abbia dimostrato più sensibilità di altri nell’avvertire che c’ è bisogno di riprendere in mano i fili dell’organizzazione sociale ed economica.

Il «Socialismo» - Spinto dall’urgenza di evitare un tracollo mondiale è quello che sta sperimentando negli Stati Uniti Barack Obama a costo di farsi accusare dai suoi avversari politici di «socialismo». In Francia Sarkozy recupera uomini e idee di sinistra. La Cina è il più grande laboratorio utilizzato dalla storia per contenere uno strano (e a volte inquietante) miscuglio di capitalismo e comunismo. In Gran Bretagna, il leader dei conservatori assomiglia più a Blair che a Margaret Thathecher. E l’ex operaio Lula sta facendo del Brasile una potenza mondiale.
In Italia sollevare le incrostazioni del mondo del lavoro è costata la vita a Biagi e a D’Antona, i quali, non bisogna dimenticarlo, erano stati mal sopportati dalle stesse parti politiche che avrebbero dovuto giovarsi delle loro idee.
Ha ragione Emma Marcegaglia a ricordare che la flessibilità in Italia ha prodotto precari, ma anche tre milioni di posti di lavoro. Ma il presidente della Confindustria, pur respingendo il ritorno al passato, si è ben guardata dal liquidare l’affermazione di Tremonti sul posto fisso con una battuta.

«Il futuro è di chi innova» ha titolato l’editoriale del Sole24Ore, il quotidiano degli industriali, ad indicare che la stella polare dell’occupazione non sta nella conservazione, ma nella modernizzazione. Un processo che deve coinvolgere la scuola, la formazione, il lavoro, i processi produttivi.
Per numero di imprese che operano nel settore avveniristico dell’Information Technology, in Europa siamo secondi solo alla Gran Bretagna. In questa alta tecnologia sono impegnate 97 mila imprese italiane che occupano 390 mila addetti. A proposito di posto fisso il rinnovo del modo di produrre con queste tecnologie garantisce una occupazione due volte e mezza superiore a settori tradizionali come l’auto.
Eppure impieghiamo solo l’1,5 del Pil nell’Information Technology , rispetto al 3,4 di Francia e Gran Bretagna e al 3,3 della Francia.
Nel provvedimento per combattere la crisi il governo non impegnato nemmeno un euro per venire in soccorso delle piccole e medie aziende dell’It.
E all’apertura dello Smau, la maggiore rassegna del settore che si è aperta a Milano, il ministro dell’Innovazione, Brunetta ha inviato solo un messaggio di saluto. Peccato.