7 dicembre 2019
Aggiornato 07:00
PD intende adoperarsi perché migliori la Giustizia del lavoro

Tiziano Treu conquiste del Lavoro

«Il ddl 1167 in discussione al Senato può essere uno strumento importante per migliorare la giustizia del lavoro, che ne ha estremo bisogno, oppure un’altra occasione perduta»

Il ddl 1167 in discussione al Senato può essere uno strumento importante per migliorare la giustizia del lavoro, che ne ha estremo bisogno, oppure un’altra occasione perduta. Il PD intende adoperarsi perché si avveri la prima ipotesi. A tal fine ha presentato un proprio disegno di legge, valorizzando le proposte maturate nella scorsa legislatura sulla base di indicazioni di un autorevole commissione di esperti nominata dagli allora Ministri Cesare Damiano e Clemente Mastella.

L’obiettivo di migliorare la giustizia del lavoro è comune al nostro ddl e a quello della maggioranza; ma esistono notevoli differenze di merito su come perseguire tale obiettivo. Anzitutto il ddl del PD introduce una serie di innovazioni che la pratica ha dimostrato essere decisive per ridurre i tempi del processo, ora inaccettabilmente lunghi:
- semplificazioni procedurali, riprese dalle migliori pratiche dei nostri tribunali (a cominciare da quello di Torino), che hanno ridotto in modo drastico la durata dei giudizi. Naturalmente per ottenere buoni risultati non bastano modifiche procedurali, ma servono anche miglioramenti nell’organizzazione degli uffici e nel lavoro dei magistrati;
- una procedura speciale con il ricorso a un collegio tripartito medico per risolvere le controversie in materia previdenziale, che ora costitutiscono il carico maggiore di molti tribunali. Le decisioni del collegio, se concordi, risolvono il caso. Il che è del tutto plausibile, e giuridicamente corretto, perché gran parte di queste controversie non coinvolgono questioni di diritto ma di fatto, e quindi sono meglio valutabili da esperti tecnici che dal giudice;
- una corsia preferenziale per i casi di licenziamento (e di trasferimento) con la possibilità per il lavoratore di ricorrere a un arbitro di propria fiducia, con l’effetto di sospendere l’operatività del licenziamento.

Il ddl della maggioranza trascura del tutto questi punti che sono invece importanti. Tenerne conto per il provvedimento finale sarebbe una buona prova della volontà, auspicata anche dall’on. Castro, di trovare soluzioni convergenti fra maggioranza e opposizione.
La possibilità di trovare soluzioni convergenti va verificata anche su altre importanti questioni trattate da entrambi i ddl, ma in modo diverso.
Il PD, come la CISL, crede nella utilità di promuovere conciliazione e arbitrato come strumenti di ‘giustizia autonoma’. Per quanto mi riguarda non ho prevenzioni neppure per la certificazione. Ma a condizione e con limiti ben precisi, che sono ricordati anche da G. Santini e C. Russo, e che invece il ddl della maggioranza non considera.

La certificazione può avere un grande valore per ridurre l’incertezza circa la configurazione effettiva dei rapporti di lavoro, specie se gestiti dalle parti sociali, anche in sede bilaterale, perché le valutazioni delle parti sono rilevanti per fornire una valutazione sociale tipica della natura di tali rapporti.
Ma la certificazione non può essere una via traversa per aggirare le tutele fondamentali dei lavoratori, come propone il ddl della maggioranza, che permette ai contratti individuali certificati di concordare clausole compromissorie e quindi il ricorso ad arbitri con effetti anche derogatori delle leggi imperative sul lavoro.
Se questa proposta venisse approvata si realizzerebbero due gravi rotture del nostro sistema di tutele.
Anzitutto si darebbe spazio a un arbitrato di origine individuale, contro tutta la tradizione, nostra e di altri paesi, che affida alla contrattazione collettiva la gestione dell’arbitrato. I motivi di tale scelta sono gli stessi che richiedono in generale l’azione collettiva. La posizione del lavoratore deve essere sostenuta in sede collettiva non solo nella configurazione iniziale dei rapporti ma anche nella loro gestione in caso di controversie.

In secondo luogo la proposta della maggioranza ipotizza un arbitrato di equità, in cui la decisione dell’arbitro sarebbe inoppugnabile anche se viola norme inderogabili a tutela dei lavoratori. Una simile soluzione di totale libertà dell’arbitro, è pericolosa, ed è evitata dai paesi che hanno lunga tradizione in materia; lascerebbe privo di ogni garanzia il lavoratore, specie se indotto o ‘costretto’ ad accettare l’arbitrato al momento della firma del suo contratto individuale.
Questo non significa mantenere immutata la situazione attuale, in cui il ricorso all’arbitrato è ritenuto poco utile, perché le decisioni arbitrali possono oggi essere impugnate per la violazione di qualsiasi norma di legge e di contratto. Una soluzione possibile, che avanzo qui a titolo personale, è di distinguere fra le questioni che coinvolgono diritti sanciti in modo inderogabile dalla legge e posizioni giuridiche definite solo dalla contrattazione collettiva.
Nel primo ambito la decisione dell’arbitro non può reggere se viola la legge: altrimenti si smantellerebbe una parte fondamentale del diritto del lavoro. Ma nel secondo caso i contratti collettivi possono stabilire che alcune situazioni giuridiche (diritti, obblighi) da essi regolate possano essere valutate in sede arbitrale anche con valore definitivo cioè senza possibilità di impugnazione. Le stesse parti che hanno negoziato tali diritti possono definirne anche il valore e quindi i limiti in sede arbitrale
Una soluzione del genere non comporterebbe ‘rotture’ di sistema, ma contribuirebbe ad alleggerire non poco il contenzioso, valorizzando l’arbitrato come forma efficace di composizione stragiudiziali delle liti.
Su altri punti ricordati dal dibattito il ddl della maggioranza va discusso migliorato. Noi siamo disponibili a un confronto con proposte costruttive. Ma altrettanta disponibilità va dimostrata dalla maggioranza.