12 marzo 2026
Aggiornato 11:39
Un percorso da completare

Liberalizzazioni: oltre 20 miliardi il costo dei ritardi per il Paese

La mancata apertura di settori chiave (commercio, assicurazioni, banche, carburanti e farmaci) costa a famiglie e imprese oltre l’1,3% del Prodotto Interno Lordo. Questi i risultati dell’“Osservatorio sulle Liberalizzazioni”, studio redatto dal Cermes-Bocconi per conto di Federdistribuzione

Il costo delle mancate liberalizzazioni e gli effetti dei ritardi strutturali del Paese si fanno sempre più pesanti per l’Italia. È questo il risultato del primo «Osservatorio sulle Liberalizzazioni» presentato stamani a Milano da Federdistribuzione, l'organizzazione che raggruppa la Grande Distribuzione Organizzata in Italia, in collaborazione con Cermes, il Centro di Ricerche sui Mercati e sui Settori Industriali dell’Università Bocconi di Milano. A livello complessivo, cioè sommando i sei settori analizzati (Commercio al dettaglio alimentare e non alimentare; Distribuzione carburanti; Distribuzione farmaci; Servizi bancari; Servizi assicurativi) e considerando l’intero sistema di famiglie e imprese, gli effetti dei ritardi strutturali del Paese e delle inefficienze evidenziate rispetto agli altri contesti europei presi come punto di riferimento, corrispondono a:

oltre 20 miliardi di euro pari al 2,2% dei consumi annuali delle famiglie o all’1,3% del PIL

Risultati su cui riflettere, soprattutto in considerazione dell’attuale situazione di stasi dei consumi e di «crescita zero» dell’intero sistema economico del Paese. Lo studio sottolinea che se per i mercati analizzati si perseguissero politiche di maggiore liberalizzazione i guadagni di efficienza potenziali raggiungibili sarebbero di rilievo.

Nel dettaglio:
Commercio al dettaglio alimentare: 5.633 milioni euro
Commercio al dettaglio non alimentare: 2.504 milioni euro
Servizi finanziari (banche): 7.100 milioni euro
Servizi assicurativi: 4.100 milioni euro
Distribuzione carburanti: 744 milioni euro
Distribuzione farmaci: 67 milioni euro

Le voci più significative sono due: da un lato quella relativa al settore del commercio, alimentare e non alimentare, e dall’altro quella dei settori bancari e assicurativi. Sono entrambe voci importanti, che fanno riferimento a comparti strategici e vitali per lo sviluppo del Paese e hanno un forte significato anche nei bilanci delle famiglie. Un’iniezione di maggiore apertura del mercato avrebbe quindi impatti estremamente rilevanti.

Minori impatti economici, ma tangibili effetti «psicologici» possono riscontrarsi anche nella distribuzione di carburanti e farmaci. Si tratta, infatti, di mercati molto sensibili per i consumatori, con prodotti di utilizzo regolare e sui quali l’effetto di una riduzione dei prezzi per maggiore liberalizzazione sarebbe immediatamente percepito.

«L’Osservatorio si pone l’obiettivo di definire e monitorare nel tempo il grado di concorrenza e di apertura dei mercati presenti in Italia, verificando lo stato di avanzamento delle liberalizzazioni» – dichiara Paolo Barberini, Presidente di Federdistribuzione. «Vogliamo in questo modo offrire uno strumento che fornisca periodicamente una rassegna sintetica e ragionata su quanto sta avvenendo sul piano delle politiche del cambiamento, per stimolare le istituzioni verso una scelta strategica di sviluppo del Paese che porti a migliorare l’efficienza del sistema economico nazionale, ne incrementi la competitività e stimoli la domanda aumentando il potere d’acquisto delle famiglie.

Credo che quanto emerso dal rapporto del Cermes debba far riflettere, soprattutto in considerazione dell’attuale situazione di stasi dei consumi e di «crescita zero» dell’intero sistema economico del Paese. L’Italia deve recuperare il gap che ha accumulato nei confronti delle realtà estere in termini di efficienza e produttività, mettendosi nelle condizioni di avere aziende moderne e in grado di ravvivare la concorrenza interna e sostenere quella internazionale. In questo processo – continua Barberini - non c’è dubbio che mantenere settori molto rilevanti della nostra economia ancora protetti dai venti della concorrenza non può che rappresentare un danno per cittadini e imprese, e quindi per l’intera comunità.

È una situazione che noi di Federdistribuzione conosciamo bene, essendo il nostro un settore fortemente competitivo al proprio interno che però in molti ambiti si deve scontrare con settori che invece ancora godono di tutele e privilegi, ricavandone un significativo appesantimento dei costi che poi, in ultima analisi, si traduce in una minore capacità di contenere i prezzi di vendita e quindi di tutelare il potere d’acquisto dei cittadini. Denunciare i costi del sistema per le mancate liberalizzazioni significa dunque anche affrontare il tema dei costi delle imprese, e in particolare di quelle delle Distribuzione Moderna. Vengono fatti da più parti richiami costanti sui livelli dei prezzi, ma raramente si discute dei costi generali che un’azienda sostiene, costi che incidono, ad esempio per le aziende della GDO, per il 24% del fatturato, quando in un confronto con quattro grandi operatori internazionali europei questa voce si ferma al 17%.

Le aziende di Federdistribuzione hanno indicatori di efficienza interna che sono paragonabili, se non migliori, a quelli europei, ma il contesto nel quale devono muoversi le imprese in Italia produce costi più alti (trasporto, energia, lavoro), e un utile netto finale, dopo le tasse, mediamente inferiore all'1,5%, la metà delle altre aziende distributive internazionali. La concorrenza tra operatori è un fattore fondamentale. Tuttavia un robusto percorso di liberalizzazioni deve prevedere che i lavoratori abbiano le necessarie tutele e assistenze sociali, ipotizzando quindi contestualmente forme di intervento per evitare che eventuali costi sociali siano divisi in modo non equo.

La presentazione di questo Osservatorio – conclude il Presidente di Federdistribuzione - vuole quindi rappresentare uno stimolo all’intero sistema economico, affinché riporti il tema delle liberalizzazioni al centro del dibattito, per valutarlo come impostazione strategica di una sana politica di sviluppo del Paese, centrato su modernizzazione e competitività».