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L'accusa

Il Dalai Lama: la Cina vuole annientare il Buddismo

Il Capo spirituale dei tibetani lo ha detto nel suo discorso annuale

| Pubblicato alle 20.00

Il Dalai Lama: la Cina vuole annientare il Buddismo

Il Dalai Lama: la Cina vuole annientare il Buddismo

PECHINO - In occasione del 51esimo anniversario della rivolta del 10 marzo 1959 contro la presenza cinese in Tibet, il Dalai Lama ha accusato le autorità cinesi di voler «sradicare il Buddismo» dal Tibet. In particolare il capo spirituale dei tibetani ha accusato Pechino di condurre una campagna di «ri-educazione patriottica» nei monasteri.

PROBLEMA GRAVE - «Riducono i monaci e le monache a vivere in condizioni simili alla prigionia, privandoli della possibilità di studiare e di praticare in pace», ha affermato prima di aggiungere: «Così stando le cose, i monasteri possono essere equiparati a dei musei, concepiti per annientare deliberatamente il Buddismo. Che il governo cinese lo riconosca o meno, vi è un grave problema in Tibet, evidenziato come tutti sanno, dalla presenza nel Paese di una ingente forza militare», ha aggiunto ancora il Dalai Lama nel suo tradizionale discorso che rivolge ogni anno ai tibetani, in occasione dell'anniversario della pacifica insurrezione del popolo tibetano contro la repressione comunista cinese del '59.

AUTONOMIA - Il Dalai Lama, in esilio in India dal '59, ha ribadito nel discorso la sua posizione a favore di una forma di autonomia del Tibet che permetta alla popolazione di praticare liberamente la loro cultura, la loro lingua e la loro religione mentre Pechino continua ad accusarlo di lottare per l'indipendenza. «Sebbene io abbia chiaramente formulato le aspirazioni dei tibetani, in accordo con la costituzione della Repubblica Popolare cinese e la legislazione sull'autonomia regionale, non ho ottenuto alcun risultato concreto», ha detto il leader tibetano che ha aggiunto: «A giudicare dall'atteggiamento dell'attuale leadership cinese, vi sono poche speranze che si possa arrivare ad un risultato in tempi brevi. Ciononostante, la nostra convinzione di proseguire nel processo di dialogo resta invariata».

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