13 novembre 2018
Aggiornato 23:00

La Ferrari torna a casa a Monza, da leader del Mondiale

Tradizione e leggenda sulla pista italiana per eccellenza, storico crocevia di tante vicende della Rossa di Maranello. Negli anni è cambiato tanto, ma anche oggi resta un circuito facile soltanto sulla carta: veloce e con poco carico aerodinamico, dunque molto insidioso per i piloti

MONZA – La storia del Gran Premio d’Italia è la storia di Monza, anche se gli statistici ricorderanno che la prima edizione si corse a Montichiari (il circuito brianzolo fu pronto l’anno dopo, parliamo del 1922…) e quella del 1980 fu disputata a Imola. E la storia della Scuderia Ferrari è intrecciata indissolubilmente con quella dell’Autodromo. Impossibile raccontare tutto in poche righe: le vittorie e la tragedia di Alberto Ascari, i mondiali di Phil Hill, Niki Lauda, Jody Scheckter, l’epopea di Michael Schumacher… I 5,8 km di pista all’interno del Parco, le tribune-anfiteatro della Parabolica, hanno visto e creato la leggenda. Questi chilometri, una volta, erano dieci, quando il tracciato comprendeva anche l’anello di alta velocità (uno spettacolo nello spettacolo).

Semplice solo in apparenza
Il circuito attuale ha poche curve e non poche insidie. Sulla carta sembra facile, ma essendo la pista con il carico aerodinamico più basso di tutto il Mondiale, richiede assetti specifici e sensibilità di guida soprattutto nelle staccate, dove il pilota non è aiutato dalla deportanza. Spesso Monza viene paragonata a Spa per lo sforzo richiesto ai motori, ma rispetto al tracciato belga si frena molto di più e i carichi laterali (soprattutto sulle gomme) sono molto inferiori. I lunghi rettilinei e la bassa resistenza favoriscono velocità elevate, anche se difficilmente le monoposto 2017, con la sezione frontale delle gomme larghe, raggiungeranno i record del passato. Il resto lo fa il pubblico, che anno dopo anno costruisce la tradizione di una corsa irrinunciabile.