15 ottobre 2019
Aggiornato 23:30
Consumi e alimentazione

Che razza di pane porti in tavola? Arriva l’etichetta Salva pane

Dalla Coldiretti, stop agli inganni con l’entrata in vigore dell'etichetta salva pane. Tutti i dettagli

Pane ed etichetta salva pane
Pane ed etichetta salva pane Shutterstock

Il pane che portiamo in tavola ogni giorno, sappiamo davvero che pane è? Forse. Ma anche no. Per rendere più facile l’identificazione ma soprattutto per evitare di essere ingannati, ecco arrivare l’etichetta ‘salva pane’, come rende noto la Coldiretti.
Arrivano così le nuove norme per distinguere in etichetta il pane fresco da quello «conservato o a durabilità prolungata» con specifiche prescrizioni in merito alla denominazione e alla modalità di esposizione in vendita di quest'ultimo. Lo rende noto la Coldiretti in riferimento all’entrata in vigore il 19 dicembre 2018 del Decreto 1° ottobre 2018, n. 131 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 19 novembre.

Il pane che non potrà più essere venduto così
Con l’entrata in vigore della nova norma, il pane che ha subito processi di surgelazione e congelamento o che contiene additivi chimici e conservanti non potrà essere più venduto per fresco e dovrà obbligatoriamente avere una etichetta con la scritta ‘conservato’ o a durabilità prolungata – sottolinea la Coldiretti – Potrà quindi ora essere denominato ‘pane fresco’ solo il pane preparato secondo un processo di preparazione continuo, privo di interruzioni finalizzate al congelamento o surgelazione, a eccezione del rallentamento del processo di lievitazione, privo di additivi conservanti e di altri trattamenti aventi effetto conservante. Per ‘processo di preparazione continuo’ – precisa la Coldiretti – si intende un processo per il quale, dall’inizio della lavorazione alla messa in vendita al consumatore, non trascorrano più di 72 ore.

Le nuove norme
Sono previste norme specifiche per il ‘pane conservato o a durabilità prolungata’, nel caso venga utilizzato un metodo di conservazione ulteriore rispetto ai metodi già sottoposti agli obblighi informativi previsti dalla normativa (per esempio, pane precotto surgelato o meno) – fa notare la Coldiretti. Per questa tipologia di pane nel momento della vendita deve essere fornita una adeguata informazione, al fine di evitare che il consumatore possa essere indotto in errore, riguardo il metodo di conservazione utilizzato nel processo produttivo nonché le modalità per la sua conservazione e il consumo, attraverso un’apposita dicitura da riportare sul cartello negli specifici comparti in cui viene collocato, distinti rispetto a quelli in cui viene esitato il pane fresco.

La definizione di panificio
Oltre alle indicazioni sul pane, il Ministero fornisce anche una definizione di panificio, ossia «l’impresa che dispone di impianti di produzione di pane ed eventualmente altri prodotti da forno e assimilati o affine e svolge l’intero ciclo di produzione dalla lavorazione delle materie prime alla cottura finale», ricorda la Coldiretti. Il nuovo decreto fa chiarezza sulla denominazione del pane fresco ma – continua la Coldiretti – resta il problema di prevedere anche per il pane l’etichettatura obbligatoria dell’origine delle farine utilizzate: infatti, solo una etichettatura trasparente può consentire ai consumatori di compiere scelte consapevoli e alle imprese di far emergere il valore distintivo dei prodotti agricoli.

Calano i consumi
I consumi di pane degli italiani si sono praticamente dimezzati negli ultimi 10 anni e hanno raggiunto il minimo storico con appena 80 grammi a testa al giorno per persona, un valore molto lontano da quello dell’Unità d’Italia nel 1861 in cui – ricorda la Coldiretti – si mangiavano ben 1,1 chili di pane a persona al giorno. Con il taglio dei consumi – sottolinea la Coldiretti – si è verificata però una svolta qualitativa con la crescita dell’interesse per il pane biologico e di grani antichi e per quello con contenuti salutistici e ad alto valore nutrizionale: a lunga lievitazione, senza grassi, con poco sale, integrale, a km 0 come il pane realizzato direttamente dai produttori agricoli di campagna amica anche con varietà di grano locali spesso di varietà salvate dall’estinzione.

I pani della tradizione
I nuovo decreto salva anche i pani della tradizione popolare italiana tra i quali ben 6 sono stati addirittura riconosciuti dall’Unione Europea. La Coppia ferrarese, la pagnotta del Dittaino, il pane casareccio di Genzano, il pane di Altamura, il Pane Toscano e il pane di Matera sono i prodotti registrati e tutelati a livello comunitario che hanno permesso all’Italia di conquistare il primato Europeo ma – conclude la Coldiretti – sono centinaia le specialità tradizionali censite dalle diverse regioni. Si va dal ‘Pane cafone’ della Campania, così chiamato perché con questo termine erano chiamati i contadini al tempo dei Borboni, al ‘Pan rustegh’ della Lombardia che giustifica il vecchio detto «pane di villano, rustico ma sano», dal ‘Pan ner’ della Val D’Aosta ottenuto da un impasto di segale e frumento, alla ‘Lingua di Suocera’ piemontese nel cui nome è sin troppo evidente il riferimento, per la verità un po’ cattivello, alla lunghezza della lingua delle suocere.