19 agosto 2018
Aggiornato 21:00

Prendi fischi per fiaschi? Ecco perché si sbaglia nell’udire una parola

Quando si fraintende una parola, si dice prendere fischi per fiaschi. Ma perché a volta capita questo? Lo spiega un nuovo studio
Prendi fischi per fiaschi? Ecco perchè accade
Prendi fischi per fiaschi? Ecco perchè accade (Shutterstock.com)

CAMBRIDGE – A tutti, chi più chi meno, capita di prendere ‘fischi per fiaschi’, ossia capire una parola per un’altra, quando questa viene pronunciata. E’ così che spesso nascono i fraintendimenti, o si viene oggetto di ironia da parte degli altri perché non si capisce cosa è stato detto. Ma perché accade questo? Se lo sono domandati anche i ricercatori dell’Università di Cambridge (UK) i quali hanno condotto uno studio a tema.

Non disattendere le nostre aspettative
Prendere fischi per fiaschi, cioè capire in modo sbagliato una parola che si ascolta, a quanto pare non sarebbe un problema di udito, nel senso classico del termine. Ossia non sarebbe perché abbiamo bisogno di una protesi per l’udito – come qualcuno potrebbe ironizzare. Ma, secondo quanto scoperto dai ricercatori, questo sarebbe un fenomeno legato alle nostre aspettative su ciò che verrà detto. In pratica, udiamo quello che vorremmo in un certo senso udire. In più, dal punto di vista neurologico, il fenomeno è associato a una ridotta attività di un circuito cerebrale situato nel solco temporale superiore dell’emisfero sinistro del cervello. Questo circuito svolge un ruolo critico nell’elaborazione dei suoni del discorso. E si dovrebbe occupare di trovare le differenze sonore fra ciò che ci aspettiamo di sentire e il reale stimolo uditivo in arrivo, in modo da non fraintendere. Per cui, se è poco attivo, è facile che il qui pro quo sia in agguato.

Spesso c’entra l’intuizione
I risultati dello studio, pubblicato sul Jornal of Neuroscience, rivelano che spesso siano noi stessi a ‘intuire’ quanto è stato detto, specie se non siamo riusciti a udire bene (magari a causa di rumore di fondo che disturba la conversazione) o perché la persona non parla correttamente o, ancora, proprio perché abbiano problemi di ipoacusia. In quest’ultimo caso, il deteriorarsi progressivo dell’udito e i continui fraintendimenti possono portare a isolamento sociale, quand’anche a forme di depressione.

Quando entra in gioco il fattore neurologico
Diversa questione è quando a favorire i malintesi è il correlato neurologico, il quale, anche se non è l’unico fattore determinante, secondo i ricercatori potrà in prospettiva suggerire strategie per migliorare la situazione in chi ha problemi di questo genere. Lo stesso dicasi per la possibilità di migliorare la comprensione delle allucinazioni uditive che si manifestano nei disturbi psichiatrici, come per esempio la schizofrenia.

Convinzioni
Già precedenti studi avevano suggerito il ruolo importante che possono avere le anticipazioni. Anche quando la conversazione è disturbata da rumori intorno agli interlocutori, o perché uno dei due parla molto velocemente (o si ‘mangia’ le parole), la capacità di seguire un discorso spesso si basa sulla personale capacità di anticipare ciò che viene detto sulla base di piccoli indizi sonori. Tuttavia, le aspettative iniziali possono a volte indurre in errore chi ascolta, il quale si convince di avere sentito un qualcosa che in realtà non è stato detto. In tutto questo gioca un ruolo fondamentale l’assonanza di due suoni (come nel caso di ‘fischi’ e ‘fiaschi’). Prima che la parola pronunciata sia terminata, anche al solo udire la sillaba ‘fi’, si arriva a concludere che l’interlocutore abbia detto ‘fischi’, quando invece alla fine ha detto ‘fiaschi’.

Ma le cose possono anche essere diverse
Se dunque altri studi hanno sottolineato il peso delle aspettative, in realtà esiste anche una procedura inversa, come dimostrato dalle immagini del cervello in azione ricavate dai ricercatori di Cambridge. Qui si è infatti scoperto che il circuito nel solco temporale superiore cerca possibili differenze fra la parola attesa e ciò che invece percepisce. Se queste differenze non sono abbastanza o rilevanti, conclude che la parola che ci si attendeva di udire è quella giusta. Per fare un esempio, se l’interlocutore ha detto ‘fiaschi’, ma in quel momento un rumore o altro fattore ha coperto la ‘a’, noi concludiamo che lui ha detto «fischi».