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Cancro all’utero: forse si potrà curare con le nanoparticelle

Nuove speranze per il trattamento del cancro dell’utero e altri tipi di tumore solido: l’utilizzo di nanoparticelle che possono eliminare le cellule cancerogene in maniera selettiva

Nanoparticelle contro il cancro dell'utero
Nanoparticelle contro il cancro dell'utero (Kateryna Kon | Shutterstock)

Ancora nuovi passi sul fronte della ricerca contro il cancro. Studiosi di tutto il mondo, negli ultimi anni, si stanno concentrando in cure più efficaci e meno devastanti della chemioterapia. E se l’immunoterapia e la tecnica Cart T Cell sembrano essere già un’ottima alternativa, pare arrivare ancora un’altra soluzione dal mondo delle nanotecnologie. Particelle infinitesimali, infatti, potrebbero essere utilizzate per veicolare farmaci in grado di distruggere il tumore in maniera diretta, evitando gravi danni alle cellule sane.

Un nuovo approccio per il trattamento del cancro uterino
Veicolare un farmaco attraverso delle nanoparticelle: è questa l’idea di alcuni ricercatori che hanno pubblicato i risultati del loro studio su Nature Nanotechnology. In questo modo le cellule tumorali possono diventare molto più vulnerabili alla tossicità dei farmaci tradizionali. Gli studiosi sono, perciò, riusciti a ottenere un trattamento estremamente selettivo e letale per il tumore.

Aumento dei tassi di sopravvivenza
Le nano-particelle diventano super-letali per le cellule tumorali e sembrano essere riuscite ad aumentare i tassi di sopravvivenza in maniera notevole. «Per la prima volta, siamo stati in grado di combinare due diverse strategie di targeting del tumore e usarle per sconfiggere il carcinoma endometriale mortale di tipo II. Riteniamo che questo trattamento possa essere utilizzato anche per combattere altri tipi di tumori», ha dichiarato il coordinatore dello studio Kareem Ebeid, studente universitario presso l'Università dello Iowa.

Lo studio
Durante lo studio – eseguito su modello animale – i ricercatori hanno combinato l’azione di due farmaci antitumorali. Il primo è un chemioterapico di nome paclitaxel e il secondo è uno di nuova concezione conosciuto con il nome di nintedanib, o BIBF 1120, il cui scopo è quello di limitare la crescita dei vasi sanguigni tumorali. Quest’ultimo è stato adoperato anche per colpire le cellule tumorali che presentano una mutazione specifica alla proteina p53.

La sinergia delle sostanze
La chemioterapia effettuata con paclitaxel era in grado di uccidere le cellule quando si trovavano nel processo di divisione cellulare, tuttavia se vi era la mutazione del gene p53 diminuiva l’efficacia rendendo le cellule tumorali particolarmente resistenti. D’altro canto Nintedanib era in grado di attaccare il cancro proprio nei soggetti affetti da tale mutazione costringendo le cellule a dividersi per poi divenire sensibili al farmaco chemioterapico.

Il tallone d’Achille
«Fondamentalmente, stiamo approfittando del tallone d'Achille delle cellule tumorali - la mutazione della perdita di funzione - per poi spazzare via e ucciderli con la chemioterapia», ha concluso Ebeid. Secondo i ricercatori in questo modo si potrebbero uccidere anche altri tipi di tumori solidi nei pazienti affetti da mutazione del gene p53.