25 febbraio 2024
Aggiornato 06:00
Salute

I tumori si arrestano con gli scarti della birra. Lo studio italiano

Dagli scarti della lavorazione della birra potrebbe arrivare una cura per il cancro. Lo hanno scoperto i ricercatori italiani dell’Università di Bari con uno studio appena pubblicato su "Scientific Reports"

Birra, dagli scarti della lavorazione un possibile rimedio contro i tumori
Birra, dagli scarti della lavorazione un possibile rimedio contro i tumori Foto: Shutterstock

BARI – Della birra non si dovrebbe buttare via niente. Già, perché proprio dagli scarti della lavorazione potrebbe arrivare una cura per i tumori. La scoperta è stata fatta dai ricercatori italiani dell’Università di Bari con uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Scientific Reports di Nature.

Salvate i polifenoli
Gli scarti sono scarti. E di solito vanno gettati. Ma quelli rimasti dalla lavorazione industriale (a anche artigianale, perché no) dovrebbero essere salvati. Perché? Perché le acque prodotte durante il processo di birrificazione, che vanno perdute, in realtà contengono grandi concentrazioni di polifenoli. Questa sostanze sono prodotte naturalmente dalle piante per proteggersi e curarsi dalle infezioni, come una sorta di antibiotici ‘verdi’. Ebbene, queste stesse sostanze (già antiossidanti) potrebbero essere riutilizzate dall’uomo per sfruttarne le funzioni biologiche e farmacologiche, capaci di indurre l’apoptosi (o morte cellulare programmata) delle cellule cancerose. «La ricerca è partita più di quattro anni fa, durante l’elaborazione di una tesi di dottorato di ricerca – spiega il dottor Santacroce – lavorando sulle acque di risulta del processo industriale di birrificazione. L’acqua di scarto, abbiamo scoperto, è ricca di polifenoli».

Meglio anche per l’ambiente
Ripulire le acque reflue (o di scarto che dir si voglia) è anche un vantaggio per l’ambiente. Ma in questo caso il vantaggio sarebbe doppio. Lo studio che permetterebbe tutto questo è stato condotto dai ricercatori Marco Tatullo, Grazia Maria Simone, Franco Tarullo, Gianfranco Irlandese, Massimo Marelli e Andrea Ballini. Il coordinamento è stato affidato ai docenti del dipartimento di Scienze mediche di base, neuroscienze e organi di senso dell’Università di Bari Tiziana Cocco, Danila De Vito, Salvatore Scasso e, infine, da Luigi Santacroce, ricercatore di microbiologia, dipartimento jonico dell’Università di Bari.

Proprietà provate
Le proprietà benefiche e attive dei polifenoli sono note in ambito medico. Già diversi studi, tra cui anche quelli condotti presso l’ateneo barese, hanno infatti dimostrato le virtù dei principi attivi contenuti nell’olio extravergine di oliva, nella buccia dell’uva rossa (tra cui il famoso resveratrolo). Quello che ancora non si conosceva era che proprio le acque di scarto contenessero buone quantità di polifenoli. «Le analisi di laboratorio hanno dimostrato che le acque di risulta, gli scarti della birra, se opportunamente trattati in una miscela equilibrata, possono bloccare la proliferazione delle cellule del tumore», sottolinea Santacroce. I test condotti in laboratorio hanno mostrato che le cellule tumorali umane trattate con le acque di risulta della birra, si sono letteralmente suicidate.

Un passo per volta
Questo dei ricercatori è stato il primo passo, cui si spera ne seguiranno altri. «Per il momento – precisa il dott. Santacroce – abbiamo elaborato un modello, così come gli architetti realizzano un plastico prima di cominciare a costruire». Da qui, si potrà proseguire nel cercare di sviluppare un ‘rimedio’ atto a curare i tumori. Tuttavia gli ostacoli da superare – specie burocratici – sono molti. «Non è semplice fare ricerca in Italia – conclude Santacroce – principalmente perché mancano risorse. I tempi si allungano, tutto diventa più difficile. Nel caso di questa ricerca, la presenza di centri di ricerca esterni e l’accordo sulle linee di ricerca è stato fondamentale e dimostra che, se si procede insieme, possono arrivare importanti riconoscimenti, come la pubblicazione su ‘Nature’».