30 agosto 2025
Aggiornato 05:00
Cervello

La memoria fa cilecca? Una buona dormita la fa tornare

Se si dimentica spesso qualcosa, o si ha difficoltà a memorizzare, una buona dormita pare possa fare miracoli. Ecco quanto sostiene un nuovo studio del RIKEN Brain Science Institute

Memoria labile? Un buon sonno rimedia
Memoria labile? Un buon sonno rimedia Foto: Shutterstock

GIAPPONE – Dormire per ricordare. Ecco la semplice formula per chi ha difficoltà a ricordare o memorizzare. Secondo gli scienziati del RIKEN Brain Science Institute in Giappone, infatti, il sonno migliora la capacità di ricordare – specie quello che si è imparato durante la giornata.

Ne beneficia il cervello
Dell’importanza del sonno e della necessità di dormire le giuste ore per notte per poter stare in salute ne hanno parlato in molti. Lo studio condotto dal prof. Masanori Murayama e colleghi del Behavioral Neurophysiology Lab mostra come, del sonno, ne benefici il cervello, quando si tratta di ricordare. Vi sarebbe infatti uno specifico circuito cerebrale che consolida la memoria proprio grazie al sonno. «C’è una ipotesi che sta in piedi da molto tempo circa gli input ‘top-down’ quali di fondamentale importanza per il consolidamento della memoria, e che durante il sonno i neuroni in regioni sensoriali attivati durante l’esperienza iniziale, possono essere ‘riattivati’ da percorsi sconosciuti». Nello studio su modello animale, i ricercatori hanno trovato che la riattivazione del percorso per mezzo di stimolazioni corticali dall’alto verso il basso (top-down) è risultata critica nel codificare i ricordi delle esperienze tattili.

Privazione del sonno e memoria
Come ormai si sa, la privazione del sonno ha un effetto negativo sull’organismo e anche sulle funzioni cerebrali. «I nostri risultati sulla privazione del sonno sono particolarmente interessanti da un punto di vista clinico – ha spiegato Murayama – I pazienti che soffrono di disturbi del sonno hanno spesso compromesse le funzioni di memoria. I nostri risultati suggeriscono un percorso di terapia con la stimolazione magnetica o in corrente continua transcorticale, dall’alto verso il basso, per riattivare i neuroni privati del sonno durante il sonno non-REM. Il nostro prossimo passo è quello di testare questo in modelli murini con disturbi del sonno».