18 giugno 2024
Aggiornato 16:00
Un test della saliva rivela il rischio di mortalità

Quanto vivrò ancora? Lo dice la tua saliva

La saliva può rivelare il rischio di morte precoce. Un test che svela i livelli di anticorpi nell’organismo

REGNO UNITO – Sapere se si è a rischio mortalità, specie precoce, è una di quelle cose che forse non si vorrebbe sapere, ma che può invece salvare la vita. Oggi, grazie a un test della saliva, i ricercatori britannici ritengono si possa prevedere questa eventualità.

Questione di anticorpi
Sarebbe il livello di anticorpi presente nella saliva a essere associato con il rischio di mortalità. Questo, almeno, quanto asserito dai ricercatori dell’Università di Birmingham (Uk), in uno studio che ha mostrato come bassi livelli di anticorpi nella saliva possano indicare un elevato rischio di mortalità, e come potrebbe essere un indicatore precoce del rischio.

Livelli controllabili
Per arrivare alle loro conclusioni, gli scienziati hanno esaminato l’associazione tra l’immunoglobulina secretoria A (IgA), l’anticorpo comune che si trova nella saliva, e i tassi di mortalità nella popolazione generale. Secondo la dott.ssa Anna Phillips, coautrice dello studio, ci sono una serie di fattori che possono influenzare il modo corretto in cui produciamo anticorpi e il mantenimento di livelli corretti. Sebbene ci siano alcuni fattori su cui non abbiamo alcun controllo, come l’età, l’ereditarietà o la malattia, il nostro stato di salute generale può anche influenzare questi livelli. Tra i vari fattori che li influenzano, ci sono lo stress, la dieta, l’esercizio fisico, l’alcol e il fumo.

Bassi livelli
«In che modo i campioni di saliva potrebbero essere utilizzati nei check-up di salute resta ancora da vedere – sottolinea la dott.ssa Phillips – poiché abbiamo bisogno di capire meglio quale tasso di secrezione possa essere considerato motivo di preoccupazione: quello che noi chiamiamo il «livello di protezione». Potremmo di certo dire che, se trovato estremamente basso, sarebbe un primo indicatore utile di rischio». Lo studio è stato pubblicato su PLOS One.