30 novembre 2021
Aggiornato 21:30
MoVimento 5 Stelle

Giuseppe Conte lancia i nuovi vertici dei 5 Stelle. A Draghi e PD chiede chiarezza

Il leader stellato ha snocciolato i punti della sua analisi dopo il durissimo risultato delle elezioni amministrative: «Chi si è astenuto fra la nostra gente ha scelto di non schierarsi con altre forze»

Il leader stellato, Giuseppe Conte
Il leader stellato, Giuseppe Conte ANSA

L'elenco con i nomi dei nuovi «vicepresidenti» è arrivato ai giornalisti prima che i deputati del Movimento 5 stelle raggiungessero l'auletta dei gruppi parlamentari per l'assemblea congiunta (con i senatori collegati da remoto) per la discussione sul risultato delle elezioni amministrative. «Allora possiamo non andare...», sogghignava qualcuno di loro nel cortile di Montecitorio. Giuseppe Conte, comunque, alla fine ha potuto presentare a deputati e senatori Paola Taverna, vicepresidente vicaria, la viceministra dello Sviluppo economico Alessandra Todde, i deputati Michele Gubitosa e Riccardo Ricciardi e il senatore Mario Turco.

Il leader stellato ha snocciolato (anche in diretta streaming) i punti della sua analisi politica dopo il durissimo risultato delle elezioni amministrative. «Non possiamo assolverci, dobbiamo umilmente incassare - ha detto - il risultato delle elezioni e decidere ciò che vogliamo fare, ciò che vogliamo essere e ciò che non vogliamo essere. Il nostro giudizio non può essere indulgente ma non abbiamo bisogno di dare la caccia ai singoli cui addossare il marchio dei colpevoli».

Conte ha provato a sferzare le truppe: «Non è tempo di lamentele, del piangerci addosso. Vedo trasparire manifestazioni di insofferenza», ha sottolineato, prendendosela con chi fa trapelare «informazioni distorte a giornali e agenzie di stampa illudendosi che questo modo vecchio di fare politica sia più astuto».

Quanto agli elettori, alle amministrative non troppo convinti dalle proposte del M5S, «chi si è astenuto fra la nostra gente ha scelto di non schierarsi con altre forze politiche: è questo il dato da cui ripartire con coraggio e fiducia», perché, ha spiegato, «vogliono capire chi siamo». Conte ha ammesso che l'aver tagliato i ponti con «no vax e ni vax» ha separato il destino del Movimento da una parte del suo popolo e dei suoi attivisti: «Alcune persone, per la nostra scelta di seguire la scienza ci hanno lasciato. Ma non cambia - ha affermato - la nostra capacità di ascolto delle voci fuori dal coro, delle voci che protestano purché pacificamente. Noi non esultiamo per gli idranti di Trieste» e anzi, in Parlamento, ha aggiunto, «proponiamo soluzioni ragionevoli, ad esempio sul nodo del prezzo dei tamponi da calmierare».

Due avvertimenti li ha lanciati all'indirizzo del Pd e di palazzo Chigi. «Nessuno pensi - ha detto - che la nostra spinta innovatrice possa spegnersi o accomodarsi in una funzione ancillare o accessoria a chicchessia. Questo dialogo a noi interessa nella misura in cui generi una prospettiva di governo con l'obiettivo di realizzare una effettiva trasformazione del Paese» che si fonda su tre pilastri: transizione ecologica, transizione digitale e inclusione sociale. Quanto al presidente del Consiglio, «il sostegno non nasce cieco e non muore cieco, non è un assegno in bianco: pretendiamo chiarezza su una rassicurazione fatta dal presidente del Consiglio in Consiglio dei ministri, che il cashback ripartirà nel 2022 dopo una sospensione e se qualcuno nei partiti di maggioranza vuole fermare l'innovazione e strizzare l'occhio agli evasori non avrà da noi il tappeto rosso».

Il sostegno a Draghi, ha ammesso il leader del M5S, «comporta un costo politico che stiamo pagando coscientemente e responsabilmente per un impegno che abbiamo preso con gli italiani e non con lui ma «se fossimo stati fuori dal Governo, come alcuni compagni di un tempo ci vogliono (allusione soprattutto alle continue punzecchiature critiche di Alessandro Di Battista, ndr), saremmo stati duri e puri e avremmo scritto tanti post di protesta con corredo di commenti positivi, ma probabilmente la riforma penale avrebbe portato al collasso del sistema giustizia, il reddito di cittadinanza sarebbe stato cancellato, il superbonus edilizia non sarebbe stato prorogato e la lotta per il salario minimo non sarebbe neppure partita».

(con fonte Askanews)