16 giugno 2019
Aggiornato 02:30
Rapporti Italia-Cina

Di Stefano: «Abbiamo europeizzato il Memorandum con la Cina»

Il Sottosegretario agli Esteri: Firmare il Protocollo d'intesa (Mou), fra Italia e Cina per la «Belt and Road», la «Nuova via della seta», è «un dovere» per il governo, nel nome degli interessi delle imprese italiane e dell'intera economia nazionale

Il Sottosegretario agli Esteri, Manlio Di Stefano
Il Sottosegretario agli Esteri, Manlio Di Stefano ( ANSA )

BRUXELLES - Firmare il Protocollo d'intesa (Mou), fra Italia e Cina per la «Belt and Road», la «Nuova via della seta», è «un dovere» per il governo, nel nome degli interessi delle imprese italiane e dell'intera economia nazionale; ma non presenta alcun rischio di incompatibilità con le regole Ue, anche perché la diplomazia italiana ne ha cambiato il linguaggio, «europeizzandolo», laddove era troppo «di stampo cinese». Lo ha affermato, ieri a Bruxelles, il sottosegretario agli Esteri, Manlio Di Stefano (M5s), parlando con i giornalisti a margine della III Conferenza internazionale di sostegno alla Siria.

«Credo - ha detto Di Stefano rispondendo a una domanda sulle tensioni fra Italia e Usa sulla questione - che in questo momento la vera tensione sia a livello globale, che sia quella nel rapporto fra Stati Uniti e Cina, a prescindere, su tutti i settori. L'America, pro domo sua, fa chiaramente pressioni perché si rallenti il rapporto internazionale con la Cina».

«Questo però - ha puntualizzato - non può essere generalizzato, come se gli Stati Uniti fossero contrari a qualunque forma di accordi con la Cina». In particolare, ha spiegato Di Stefano, «il Mou ('Memorandum of understanding', ndr), sulla 'Belt and Road', parla di vari ambiti di cooperazione ma non definisce già accordi specifici su progetti o su cantieri avviati. Quindi ci sarà tutto il tempo di analizzare una per una le opportunità che ci saranno, e affrontarle di conseguenza».

«E' altrettanto vero - ha aggiunto il sottosegretario - che per le aziende italiane, per l'economia italiana, per le associazioni imprenditoriali, questa può essere certamente una grande occasione, una grande opportunità, e che il mondo delle imprese sostiene apertamente questo Mou, e quindi noi abbiamo il dovere di portare avanti quest'accordo, che infatti - ha sottolineato - sarà firmato».

«E' importante anche dire, quando si parla di sicurezza- ha proseguito Di Stefano -, che non parliamo di un memorandum con rango di accordo internazionale; anzi, questo è proprio escluso in una clausola. Di conseguenza, ci sarà tutto il modo di garantire che ogni passaggio di attuazione degli accordi sia in linea con le regole italiane ed europee; cosa che peraltro anche la Commissione europea ha avuto modo di dichiarare. Perché non c'è, ovviamente, nel nostro operato dentro gli standard del mercato europeo, e non si poteva mai inserire, il rischio che l'attuazione fosse discordante dagli accordi europei e dalle regole che noi abbiamo».

«La contrattazione forte fatta dalla diplomazia italiana con la Cina - ha spiegato il sottosegretario agli Esteri - è stata proprio su questo: cambiare anche il 'wording' del Mou, che ovviamente per altri paesi più deboli, per esempio quelli del Sud-Est asiatico e dell'Africa, è stato imposto con un 'drafting' totalmente di stampo cinese; noi, invece - ha sottolineato -, abbiamo per così dire 'europeizzato' il Mou, per fare in modo che fosse all'altezza dei nostri criteri».

Quanto ai rischi di intromissione nelle infrastrutture strategiche delle telecomunicazioni, in particolare con la nuova tecnologia 5G, in cui è pioniera la cinese Huawei, Di Stefano ha relativizzato la minaccia proveniente da Pechino. «Credo - ha osservato - che un paese debba sempre preoccuparsi del ruolo che qualsiasi azienda straniera, di qualsiasi paese, ha nelle sue infrastrutture strategiche: che siano i cinesi con Huawei, o americani con altre compagnie, cambia poco. Il ragionamento che si fa al Mise (Ministero dello Sviluppo economico, ndr) è su come fare in modo che l'infrastruttura italiana sia protetta e garantita. Su quello lavoriamo».

«Dopodiché - ha proseguito - non dobbiamo dimenticarci che l'acquisizione della banda 5G è stata ottenuta con un bando, con un'offerta pubblica. Di conseguenza abbiamo ora le aziende che hanno vinto, Tim, Wind, Vodafone e Iliad, che hanno preso le frequenze e ora devono fare i bandi per le infrastrutture. Hanno bisogno, sostanzialmente di un 'procurement' (un appalto, ndr), di qualcuno che gli sviluppi le infrastrutture».

«Lo Stato in questo - ha spiegato Di Stefano -, con il comitato che abbiamo creato al Mise, può controllare che tutto sia fatto a norma e in sicurezza, ma non possiamo neanche pensare di sostituirci in queste scelte alle aziende private che hanno vinto i bandi. Quindi - ha avvertito -, attenzione al racconto della colonizzazione di cinesi o di chicchessia: qui abbiamo un settore che privato, anche, che lavora in una cornice di sicurezze e di tutele che è quello europeo"

Questo non vuol dire, ha precisato il sottosegretario, che Cina e Usa siano la stessa cosa. «Non sono la stessa cosa, nel senso che le relazioni politiche tra i paesi sono diverse e c'è anche un atteggiamento di fiducia totalmente differente. Ma intendo dire che nell'attenzione per il monitoraggio della sicurezza delle reti prestiamo la stessa attenzione ad americani e cinesi», perché è una cosa che «prescinde dal rapporto che hai con quei paesi: chiunque - ha concluso Di Stefano - potrebbe avere vantaggi dall'uso dei nostri dati, e quindi, in modo molto serio, un governo deve 'attenzionare' tutte le reti, chiunque le gestisca».