25 gennaio 2021
Aggiornato 12:00
L'intervista

Sallusti: «Il governo ci vieta il Natale. Se non ci ribelliamo, diventiamo sudditi»

Giovanni Sallusti presenta al DiariodelWeb.it il suo ultimo libro «Politicamente corretto. La dittatura democratica», un manuale di ribellione contro il pensiero unico

Sallusti: «Il governo ci vieta il Natale. Se non ci ribelliamo, diventiamo sudditi»
Sallusti: «Il governo ci vieta il Natale. Se non ci ribelliamo, diventiamo sudditi» ANSA

Nel sottotitolo del suo ultimo libro, con un riuscito ossimoro, la chiama «dittatura democratica». Il titolo utilizza invece un termine decisamente più abusato per definire la stessa ideologia: il «politicamente corretto». Proprio di questo si occupa Giovanni Sallusti, giornalista ed editorialista di «Libero», nel suo testo edito da Giubilei Regnani, che presenta ai microfoni del DiariodelWeb.it in questa intervista. Di un pensiero unico che ormai si è diffuso in tutti i campi della realtà, arrivando a criminalizzare le opinioni contrarie, a negare le origini cinesi della pandemia che sta flagellando l'intero pianeta, e ora persino a vietare il Natale.

Giovanni Sallusti, di «politicamente corretto» sentiamo parlare sempre più frequentemente. Ma che cosa significa davvero questo termine?
Ha ragione, questo termine è iper-inflazionato nel dibattito. E proprio per questo motivo si rischia di non cogliere la specificità e persino la gravità, a mio giudizio, di questa forma contemporanea di pensiero unico. In estrema sintesi, nel mio libro, sostengo che il politicamente corretto abbia sostituito il marxismo come linguaggio dei progressisti universali, del pensiero tipo della sinistra conformista internazionale. Ma con un'aggravante specifica.

Quale?
Il politicamente corretto se la prende con l'uomo occidentale e la sua tradizione. Per mostrarne la repressione in atto, ho individuato il dissidente tipo, semplicemente guardandomi allo specchio. E ne ho messo in fila le quattro caratteristiche, che sono diventate i quattro capitoli del libro: maschio, bianco, cristiano ed eterosessuale. Questo è l'identikit del paria contemporaneo. Il politicamente corretto è una forma di dittatura che non si era mai vista prima, nella storia occidentale, perché è proprio finalizzato a distruggerlo.

Lei parla addirittura di nuovo totalitarismo. Una definizione forte.
Certo, infatti preciso che questa categoria va sempre usata con accortezza e rispetto, da chiunque abbia presente la storia del Novecento. Io sostengo che a differenza dei totalitarismi classici, duri, espliciti, finalizzati all'eliminazione fisica del dissidente, il politicamente corretto incarni una forma 2.0 di totalitarismo soft, perbene, ipocrita. Almeno in Occidente, perché nella terra di riferimento dell'elite liberal globalista, la Cina, esistono a tutt'oggi i gulag, che si chiamano laogai. Qui da noi si compie invece una caccia intellettuale al dissidente, lo si espelle dal dibattito, lo si taglia fuori dalla buona società.

L'aspetto più inquietante è che però sono in aumento i tentativi di trasformare questa ideologia addirittura in legge, e dunque la dissidenza in un vero e proprio reato.
Assolutamente. L'esempio principe è la legge Zan-Scalfarotto, recentemente approvata. Come sostiene, molto più autorevolmente di me, Robert Hughes ne «La cultura del piagnisteo», questa norma mostra come la sacrosanta battaglia per la libertà degli omosessuali si sia capovolta totalmente nel suo contrario: una crociata liberticita contro gli individui eterosessuali o non esplicitamente omofili.

Perché questa legge è così controversa?
Intanto è un'aggiunta alla legge Mancino, che a orecchie liberali suona malissimo, perché è in bilico sul reato di opinione. Ma con l'aggravante dell'omo-bi-transfobia: par di capire che l'unico individuo che possa essere discriminato oggi è quello eterosessuale, visto che non rientra in questo neologismo. Inoltre, essendo particolarmente fumosa, dà la possibilità a un giudice di condannarmi se sostengo di non essere d'accordo con l'adozione da parte delle coppie omosessuali o con l'utero in affitto. Cioè, posso essere inquisito per delle idee. Ultimo dettaglio, quasi divertente nella sua surrealtà: la legge prevede che un condannato possa patteggiare una pena ai servizi sociali da svolgere presso comunità Lgbt. Un caso esplicito di rieducazione.

La sua non è solo una cronaca, ma un esplicito invito alla ribellione.
Il mio vuole essere un manuale d'azione per ribellarsi prima che sia troppo tardi. Infatti, alla fine del libro, scrivo che a questo dissidente attenzionato dalla psicopolizia, ma che rifiuta di farsi eliminare dal pensiero unico, non rimane che esercitare la rivolta. Ovvero, un atto forte di testimonianza individuale, umana, esistenziale.

Ha parlato della Cina. Un fatto emblematico, in tal senso, è la cancellazione dal dibattito pubblico del dato che il coronavirus proviene proprio da lì.
Questo è veramente clamoroso. E dimostra come il politicamente corretto sta evolvendo in una forma di neo-pensiero che abolisce la realtà. Tutto il sistema dei media e della politica mainstream, per mesi, ha attaccato quel razzista di Donald Trump, che si permetteva di definire «cinese» un virus che è dilagato nel mondo partendo da Wuhan. Un mero dato di cronaca, di realtà.

Il paradosso è che proprio questi cattivoni negazionisti come Trump e Johnson sono quelli che ci stanno portando per primi il vaccino.
È la strana eterogenesi dei fini della pandemia. Intanto l'utilizzo del termine «negazionismo» applicato al Covid-19 è l'esempio del politicamente corretto, perché banalizza un termine che va riferito solo ai pazzi che negano l'Olocausto. Ma l'aspetto divertente è che il vaccino viene fuori proprio grazie al sistema industriale, farmaceutico, capitalistico delle società anglosassoni. Di cui i due leader hanno accompagnato la corsa: Trump investendo nella ricerca dieci miliardi, nonché tutto il peso del governo e dell'esercito americano, e Johnson eliminando le pastoie burocratiche e iniziando a vaccinare i suoi cittadini già da questo mese. Mentre l'Unione europea ne discuterà solo il 29 dicembre.

A proposito di Trump, pensa che l'elezione di Biden segni una battuta d'arresto per quell'avanzata sovranista che sembrava inarrestabile solo fino a pochi anni fa?
Da un punto di vista della distribuzione del potere politico ovviamente sì. Premesso che contesto l'uso facilone della categoria del sovranismo, applicata dal politicamente corretto a tutti i suoi avversari, anche molto diversi tra loro. Il fenomeno Trump è strettamente legato a una rivolta dell'America autentica, che non voleva diventare una caricatura politicamente corretta dell'Europa. E tale esigenza, come dimostrano anche i 70 milioni di voti che ha ottenuto a questa tornata, rimane tutta sul tavolo.

Un altro episodio tipico di politicamente corretto, di cui si legge in questi giorni, è il caso Feltri. Da nipote di un altro giornalista illustre come Alessandro Sallusti, che cosa pensi del comportamento del figlio di Vittorio, Mattia?
Io ho un doppio conflitto d'interesse, perché sono anche editorialista di «Libero», il giornale di Vittorio Feltri. La signora Boldrini si è indignata perché Mattia Feltri non ha pubblicato il suo scritto. E ci vuole convincere che la libertà di stampa implichi l'obbligo da parte di una testata di pubblicare qualunque tipo di contributo inviatole da un esponente del potere politico. Così la libera scelta editoriale di un direttore diventa censura. Un giornale diventa una buca delle lettere a disposizione della politica. Hanno ribaltato completamente la questione. E il dramma è che lo ha fatto anche l'Ordine dei giornalisti, sulla cui esistenza, del resto, io nutro molto scetticismo.

Intanto il governo, nel suo delirio di onnipotenza, è arrivato a impedirci addirittura il Natale.
Penso che questo Dpcm sia l'apice di un percorso. Per decodificarlo bisogna mettere in discussione la premessa politicamente corretta. Oggi esiste un'emergenza sanitaria, e chi lo nega non vive nella realtà. Ma il chiusurismo, l'iper-burocraticismo, il paternalismo blandamente autoritario del governo Conte non sono l'unico modo per affrontarla. Non lo dico io: lo dicono i Paesi che hanno gestito meglio la pandemia, come Giappone, Corea del Sud e Australia. Nessuno di loro ha fatto questa corsa folle a vietare persino i dettagli più intimi come il Natale. Siamo arrivati al punto che il 25 dicembre io non potrò andare a trovare i miei genitori a far vedere loro i nipoti perché vivono nel Comune di fianco, a due curve di distanza. Se non ci ribelliamo neanche a questo, ammettiamo di essere sudditi e non cittadini.