7 luglio 2020
Aggiornato 08:30
Giustizia

«Breve, giusto e umano». Il processo secondo Marta Cartabia

La prima donna presidente della Corte Costituzionale: «È evidente che i processi troppo lunghi si tramutano in un anticipo di pena anche se l'imputato non è in carcere»

Marta Cartabia, Presidente della Corte Costituzionale
Marta Cartabia, Presidente della Corte Costituzionale ANSA

ROMA - «La giustizia deve sempre esprimere un volto umano», oltre a «bilanciare le esigenze di tutti». Ed «è evidente che i processi troppo lunghi si tramutano in un anticipo di pena anche se l'imputato non è in carcere». Lo sottolinea in un'intervista a Repubblica la prima donna presidente della Corte costituzionale, Marta Cartabia.

Pochi giorni fa è stata depositata alla Corte l'ultima sentenza che la vede come relatrice: riguarda le detenute madri di figli gravemente disabili che potranno scontare la pena anche a casa. «Non abbiamo voluto rinviarla perché riguardava la vita in concreto di due persone», spiega, «Oltre che la madre reclusa, era coinvolta anche la figlia disabile, incolpevole. Ci si pensa raramente ma, in casi come questo, la pena è sì inflitta al condannato, ma ricade anche sulle persone vicine. L'ordinamento prevede strumenti - com'è la detenzione domiciliare - che, senza fare sconti, permettono di eseguire la pena con modalità che tengono conto delle persone innocenti bisognose di assistenza, ovviamente quando le esigenze della sicurezza lo consentono. Il magistrato di sorveglianza di certo non concederà la detenzione domiciliare a un detenuto pericoloso».

Giustizia dal volto umano

Alla base c'è l'idea, osserva la presidente della Corte costituzionale, che «la giustizia deve sempre esprimere un volto umano: ciò significa anzitutto - come dice l'articolo 27 della Costituzione - che la pena non deve mai essere contraria al senso di umanità; ma anche che la giustizia deve essere capace di tenere conto e bilanciare le esigenze di tutti: la sicurezza sociale, il bisogno di giustizia delle vittime e lo scopo ultimo della pena che è quello di recuperare, riappacificare, permettere di ricominciare anche a chi ha sbagliato».

Ha creato polemiche politiche l'ultima decisione che la Corte ha assunto mercoledì sulla legge «Spazzacorrotti». C'è chi ha parlato di legge bocciata, altri hanno accusato la Corte di scarcerare i delinquenti. «La Corte ha semplicemente applicato uno dei principi fondamentali della civiltà giuridica in materia penale che vieta l'applicazione delle leggi più severe ai fatti commessi prima della loro entrata in vigore», replica Cartabia, «La Spazzacorrotti ha inasprito il regime penitenziario per i reati contro la pubblica amministrazione, assimilandoli a quelli di criminalità organizzata e terrorismo, ed è stata applicata anche ai reati commessi prima della sua entrata in vigore».

La questione dei tempi della giustizia è sempre di attualità...

«È evidente», riconosce la presidente della Corte costituzionale, «che i processi troppo lunghi si tramutano in un anticipo di pena anche se l'imputato non è in carcere. Che il processo debba avere una ragionevole durata è un principio di civiltà giuridica scritto nelle norme internazionali ed esplicitato nella Costituzione dal '99. Sono molti i fattori che concorrono alla lunga durata del processo, alcuni di natura organizzativa, altri legati alla necessità di accuratezza delle prove e alle garanzie per l'imputato. Perciò, risolvere questo problema richiede un'azione su vari fronti e certamente una riflessione pacata di tutti, al di là di ogni steccato ideologico. Ma, a proposito di giustizia giusta, mi lasci aggiungere un'ultima considerazione. Una giustizia giusta, se vogliamo usare quest'espressione, è una giustizia che permette di guardare al futuro, che non si pietrifica su fatti passati che pure sono indelebili. La giustizia giusta è riconciliazione, non vendetta. Perché la giustizia vendicativa - ce lo insegna la tragedia greca, in particolare l'Orestea di Eschilo - distrugge insieme gli individui e la polis, mentre una giustizia riconciliativa realizza l'armonia sociale. (...) bisogna che sia possibile aprire una prospettiva nuova per la singola esistenza individuale e per l'intera comunità».