18 dicembre 2018
Aggiornato 23:00

Boccia: «Renzi ci ha portato a sbattere, ma il Pd non è morto»

Il candidato alla segreteria parla, ai microfoni del DiariodelWeb.it, degli errori commessi dal Partito democratico e di come lui vorrebbe rifondarlo

Francesco Boccia, candidato alla segreteria del Pd, ma chi chi gliel'ha fatto fare di infilarsi in questo casino delle primarie?
È una bella domanda. Io lo faccio per non avere un rimorso: quello di non aver fatto nulla per dare il contributo alla ricostruzione del Partito democratico. Perché il Pd va ricostruito, non va cambiato. Chi lo dice o non ha valori, o è un incosciente, o pensa che viviamo al tempo dell'usa e getta: quando una cosa non va più di moda, si cambia, come se il partito fosse un maglione. No, il Pd è nato dopo almeno dieci anni di sogni e di speranze, di chi pensava che l'Ulivo potesse mettere insieme una parte consistente della società italiana. E la nostra generazione, guidata da Renzi, non è stata all'altezza della straordinaria avventura iniziata nel 2007: con Veltroni il Pd nasce al 33,5% e nel 2018 è arrivato al 18%. Solo per questo dovremmo chiedere scusa. Io, pur essendo stato all'opposizione in questi anni, lo sto facendo, andando in giro per le periferie, per i luoghi in cui ci hanno voltato le spalle.

Quindi il Pd non è morto?
No. L'elettroencefalogramma, a un certo punto, era quasi piatto. Ma, se si va in giro per il Paese, che è la cosa più bella che possa fare chi ama la politica, anche chi ti ha voltato le spalle ti fa capire che il corpo del partito c'è e si muove. Ovviamente, per farlo tornare a camminare, bisogna dire e fare le cose che i nostri elettori si aspettano. Bisogna riportare al centro la scuola, il lavoro non può essere quello del jobs act, ma un punto fermo della nostra proposta, al tempo del capitalismo digitale, e soprattutto la nostra anima ecologista deve venire fuori, dopo essere stata dimenticata.

Insomma, bisogna ribaltare quello che ha fatto Renzi per cinque anni.
No, Renzi ha fatto alcune cose con la cultura del tutto e subito. Lui appartiene alla scuola di chi pensa che la comunicazione sia tutto. Invece conta la sostanza, le cose che fai: se le fai bene non c'è nemmeno bisogno di comunicarle, perché la gente le capisce. Ci ha portato a sbattere. È stato un leader che ha evocato un cambiamento, ma quello realizzato durante i suoi anni di governo è stato parziale e, su alcuni temi, proprio sbagliato.

Secondo lei vuole fondare un altro partito?
Non lo so, spero di no. Spero che possa dare una mano, sedersi a bordo campo e stare lì con il secchio dell'acqua, come molti di noi hanno sempre fatto. Non è che si resta in una squadra solo se si gioca in attacco o si fa il capitano, ma anche facendo l'accompagnatore, dando consigli. Un partito dev'essere fatto da giovani e meno giovani. A me mio nonno diceva sempre: «I giovani vanno veloce, ma i vecchi conoscono la strada». Quando si va solo veloce, e non si ascoltano i consigli degli anziani, si esce fuori strada. Come abbiamo fatto noi.

Oggi molti spingono per un congresso veloce, per chiudere la partita il prima possibile. Lei, invece, ritiene che sia importante aprirla. Perché?
È essenziale aprirla, e chiedere agli italiani di tornare a iscriversi al Pd. E, siccome siamo nel 2018 e non nel 1918, sarebbe opportuno iscriversi con un clic al Partito democratico. Quelli che oggi vogliono far presto sono gli stessi che il 5 marzo dicevano che avevamo perso perché gli italiani non ci avevano capito. Quelli che non vogliono discutere mai, perché hanno sempre fretta di andare da qualche parte. Io dico: dove correte? Sembrate tutti dei Forrest Gump. Fermatevi, abbiamo bisogno di camminare nei luoghi del bisogno e delle povertà, chiedendo agli italiani che non ci votano più perché questo è accaduto. E per far questo bisogna fare un congresso e capire le differenze tra i candidati. Secondo me alla fine saranno quattro o cinque, perché oggi tutti possono dire di candidarsi, ma poi dalla prossima settimana bisogna presentare almeno 1500 firme: vedremo chi ci riuscirà. Poi bisognerà andare in giro per il Paese a convincere iscritti: ma se gli iscritti non ci sono, o sono nei cassetti dei cacicchi, dei capibastone o dei vecchi capicorrente, diventa difficile fare il congresso. Io dico che si può anche fare in fretta, a patto che si apra l'iscrizione al Pd online fino al giorno del voto. Allora si può anche accorciare la competizione di quindici giorni, ma chiedendo da domattina tutti insieme agli italiani di tornare nel Pd, senza avere paura. Con una grande campagna di adesione il partito torna ad essere in salute e il risultato non è scontato.