6 ottobre 2022
Aggiornato 21:30
Giunta Appendino

Torino in declino, Appendino inadeguata. Sì, ma...

Che Chiara Appendino e con lei il Movimento 5 Stelle non siano all’altezza di gestire una città come Torino è ormai evidente. Ma è doveroso parlare anche del debito

La sindaca di Torino Chiara Appendino con il presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino e il presidente di Exor John Elkann
La sindaca di Torino Chiara Appendino con il presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino e il presidente di Exor John Elkann Foto: ANSA/ALESSANDRO DI MARCO ANSA

TORINO - La sindaca di Torino in questi giorni d’autunno ricorda Emma Bovary, essere umano travolto da una condizione immensamente più grande di lei. Forse perché a Torino, negli ultimi tempi  in tanti possiamo esclamare, chi scrive per primo, le ultime parole pronunciate in vita da Flaubert: «Madame Bovary c’est moi!»
Ma da cosa è composto questo stato di natura apparentemente insuperabile contro cui si sta schiantando la città, che sta scarnificando giorno dopo giorno la favola della giovane sindaca e della sua "splendida squadra di ragazzi"? Sulle colonne de La Stampa, con attacco in prima e paginone intero in settima, Luigi La Spina, firma di punta, racconta di una Torino senza prospettiva, amministrata da una sindaca inadeguata perché troppo vincolata a una parte della sua maggioranza particolarmente conflittuale. In calce al lungo pezzo, che ha un incedere tanto malmostoso quanto marziale – è  il tratto letterario della città, arriva da Pavese, Natalia Ginzburg e altri mostri sacri – vi è l’auspicio che più prima che poi si possa tornare ai bei tempi in cui un banchiere alla Enrico Salza – ormai troppo anziano, ma insomma a Torino i banchieri non mancano – insieme alla mitologica società civile (quale?) raddrizzerà il piano inclinato in cui ci troviamo.
Lettera a cui risponde oggi a sindaca, sempre sulle colenne de La Stampa, in cui paradossalmente rivendica i risultati di quegli investimenti che critica. Cortocircuito.

Da dove arriva il declino
Ma l’analisi che fa una delle firme di punta de La Stampa si ferma in superficie. Sì certo, la sig.ra Appendino non è all’altezza del compito, ormai è chiaro. E ancor meno lo sono quelli che la circondano, cultori dell’antico motto per il quale non esiste peggior ortodosso di chi è stato un eretico. La Spina ripete una frase che si sta facendo largo in città: Torino non ha più una prospettiva, è in «declino».  La conquista del potere, in questa città che cento anni fa vedeva Antonio Gramsci imbastire il suo pensiero sui concetti di «egemonia culturale» e «nazionale popolare», non può che essere combattuta sul piano semantico. Chi si impossessa delle parole, soprattutto da queste parti, vince tutto. La sindaca ha stravinto grazie alla locuzione «Sistema Torino»: chi vuole buttarla giù, e ci sta riuscendo, spara con l’artiglieria ad alzo zero «declino» e «mancanza di prospettive». Ma la situazione, permetterete, riassumibile in «una volta c’erano quelli bravi che hanno rilanciato la città, ora ci sono questi che sono scarsi e ignoranti e quindi la città declina», è un po’ esigua.

Il declino di Torino ha origini lontane
Torino è in declino da dieci anni, anzi dal giorno in cui si è spento il braciere olimpico. Perché? Gli studi del Comitato Rota degli ultimi quattro anni, che in questi giorni produrrà il suo atteso rapporto annuale, mettono nero su bianco a suon di numeri questa condizione. La spaventosa deindustrializzazione che ha distrutto la classe media, azzerata, è stata solo in parte attutita da imponenti investimenti nelle infrastrutture cittadine, nelle Olimpiadi, e nel rilancio turistico a suon di "grandi eventi». Bene, questo modello per funzionare necessita di continui investimenti pubblici o parapubblici. I privati mettono, da sempre, spiccioli. Investimenti in infrastrutture, in ricerca e cultura più o meno pop, in relazioni con il mondo intero, in pubblicità perpetua del territorio e così via. Si pensi agli accordi tra le istituzioni pubbliche e le compagnie low cost per portare a prezzi stracciati i turisti nelle città. Ma, il problema della Città, della Regione, dell’Italia è grave: il settore pubblico è ormai un concetto aleatorio. Oggi una città, una regione, una nazione, funzionano con parametri squisitamente econometrici. Sono aziende.

A questo punto il discorso si fa leggermente più complesso
Il rilancio della città a opera di visionari alla Enrico Salza, ma sarebbe da aggiungere pure  ’economista Giuseppe Berta che in questi giorni in un’intervista anch’egli associa Torino al declino, passò attraverso la creazione di un immenso debito: mutui e derivati. Chiara Appendino, e prima di lei Piero Fassino, non sono Ronald Reagan, che quando gli chiesero del debito pubblico rispose: «Il debito è abbastanza grande da badare a se stesso!». Il debito di Torino è gonfiato fino a tre miliardi e mezzo di euro. Ora, in un ordine puramente teorico, non è importante solo quanto debito fai, ma anche, anzi soprattutto, con chi lo fai. Data la privatizzazione del sistema bancario degli anni Novanta, catastrofica, il debito ha perso le sue caratteristiche keynesiane, ed è diventato un meccanismo estrattivo che scava nel patrimonio pubblico. A questo punto è evidente che un modello che ha bisogno di fortissimi investimenti pubblici non può risultare sostenibile se il sistema bancario è privato. La cosiddetta economia immateriale funziona se ci sono immense risorse pubbliche statali. Visione in sé è encomiabile perché è sostenibile sotto molteplici punti di vista, non solo ambientale.  

Piano inclinato
Da qui il piano inclinato di Torino, che il sindaco Fassino ha tamponato grazie a vendite, privatizzazioni e dismissioni massicce, mentre ora si assiste ad una fase più dura: i mutui avranno il loro impatto maggiore nel triennio che va dal 2017 al 2020. E qui si arriva alla sindaca: la domanda è semplice. Chi è? Quella che contestava questo Sistema, oppure quella che senza batter ciglio impone alla città una manovra lacrime e sangue per rientrare nel debito? Quella che protestava contro la privatizzazione di nove asili in piazza nel 2012, oppure quella che – come si legge – potrebbe privatizzarne altri? Quella che dopo la tragedia di piazza san Carlo solo dopo diversi giorni ha avuto il coraggio di scrivere una stringata lettera di scuse, che si concludeva con l’ormai celebre «tramonto negli occhi»? Il messaggio classista della campagna elettorale – prima di tutto i poveri, le periferie, i disoccupati - cos’era?  Una farsa? Se la risposta a queste domande è, come sempre, «non ci sono alternative», allora prendiamo atto che il sistema di governo della città, e in generale della Repubblica, ha tratti totalitari: siamo in un sistema (anti)democratico fondato sul primato della partita doppia. Oltre il pareggio di bilancio nulla è permesso.  Sono condizioni distopiche e serviva un governo a 5s per averne piena percezione. Un mondo in cui puoi anche progettare, e creare, una città che sopravvive all’industria che scappa attraverso la cultura, la bellezza, la gioia di vivere: ma poi fallisce. Il meccanismo del debito, acuito dai sempre più irrisori trasferimenti -  che in origine avevano lo scopo di frenare l’esposizione del sistema pubblico con il settore bancario privato - è il meccanismo che da circa cinquemila anni muove le leve della redistribuzione della ricchezza dal basso verso l’alto. La sua caratteristica è che tende ad infinito, dato che è autoriproducente. Questa è la condizione della città: ed èvidente che il M5s al governo di Torino, per manifesti limiti culturali, non può governare questo processo ma può solo subirlo.