Il reportage di Antonio Rapisarda

Dentro al Cara di Mineo, il centro di accoglienza più grande d'Europa tra sprechi e gran bazar autogestiti

Nei giorni scorsi il leader della Lega nord, Matteo Salvini ha passato una notte nel Cara di Mineo e ha invitato i giornalisti italiani a fare altrettanto, per documentare il sistema di accoglienza italiano. Questo è il racconto del nostro Antonio Rapisarda, che ci è andato nell'agosto 2015

Il Cara di Mineo
Il Cara di Mineo (ANSA)

MINEO – Nei giorni scorsi il leader della Lega nord, Matteo Salvini ha passato una notte nel Cara di Mineo e ha invitato i giornalisti italiani a fare altrettanto, per documentare il sistema di accoglienza italiano. Il nostro collaboratore Antonio Rapisarda era riuscito ad entrarci nell'agosto 2015 e ne era venuto fuori un bellissimo reportage per Il Tempo.

Le prime impressioni
Rapisarda è riuscito ad entrare nel centro di accoglienza per capire numeri, costi, obiettivi e storie del luogo che ospita il più alto numero di richiedenti asilo d’Europa. Con lui Angelo Attaguile, responsabile nazionale di Noi con Salvini e segretario della Commissione Nazionale antimafia. Il direttore del Cara Sebastiano Maccarrone ha detto a Il Tempo che siamo davanti a un sistema «che ormai è divenuto intollerabile e che produce dei costi che potrebbero benissimo essere evitati». Nel suo tour Rapisarda ha descritto il Cara: «Siamo in un indefinibile villaggio in piena campagna siciliana. L’impianto - chiamato il Residence delle arance (quasi una beffa, dato che qui con la crisi i campi di agrumi vengono sempre più abbandonati) - ricorda il tipico quartiere Usa: non a caso fino al 2010 è stato utilizzato dai militari della vicina base Nato di Sigonella che usufruivano di questa struttura in affitto messa in piedi dal costruttore Pizzarotti di Parma. Le villette a schiera sono sempre lì, i viali principali sono ordinati e curati e le attività ricreative e sociali abbondano. All’apparenza è tutto in ordine. Certo, i militari presidiano armati l’ingresso, e la recinzione stona con le giostre per i bambini lasciate in eredità dagli ormai ex inquilini americani. L’aria, appena arrivati, non è di festa ma di attesa».

I tempi biblici
All'epoca del reportage erano più di tremila a risiedere nel Cara, dei quali solo 121 sono donne suddivisi in 400 alloggi che però non era stato possibile visitare. A quei tempi uno dei problemi principali del Cara era la lunga permanenza media di un ospite (che per legge avrebbe dovuto restare 30 giorni):  dieci volte più lunga del previsto. Dieci, dodici, «anche quindici mesi» spiega ancora il direttore del centro Maccarrone. Questa inefficienza ha un costo: circa 30 euro al dì per ospite, oltre quaranta milioni di euro fatte le somme.

Solo tre profughi su 3mila ospiti
Il Tempo aveva denunciato che nell'agosto 2015 dei più di 3mila ospiti del Cara «non ci sono siriani e solo tre sono gli eritrei. Ossia chi - secondo il racconto che va per la maggiora quando si parla di viaggi nei barconi e di sbarchi - scappa dai peggiori teatri di guerra». Già allora poi era balzato agli occhi il «gran bazar» autogestito, dove sono in vendita vestiti, alimenti, utensili, sigarette. «Non sappiamo da dove arrivino - ammettono i gestori - ma non possiamo intervenire. È un fatto di diplomazia», che peraltro danneggia il mercatino ufficiale allestito a pochi passi da quelli illegali. Il rischio di effettuare controlli (tranne che sulla eventuale presenza di armi), spiegano, è quello di innescare il germe delle rivolte, come quella che due anni fa portò gli ospiti del centro ad occupare le strade limitrofe e ad alimentare tensioni con gli abitanti».