16 ottobre 2019
Aggiornato 21:00
Tensioni tra Parisi e Salvini

Se per le moschee il centrodestra rischia di spaccarsi anche a Milano

La pur moderata apertura del candidato sindaco di Milano Stefano Parisi alla costruzione di una nuova moschea nella città ha mandato su tutte le furie il segretario leghista Matteo Salvini. E ora c'è il rischio che nel capoluogo meneghino si replichi quanto accaduto nella sfortunata Capitale...

MILANO - Uno dei pochi argomenti che il centrodestra poteva ancora usare per distogliere l'attenzione dal caos romano era citare il caso milanese. Il capoluogo meneghino, infatti, con il candidato Stefano Parisi sostenuto da tutta la destra - da Fi alla Lega Nord, da FdI a Ncd - concretizzava di fatto le grandi potenzialità di un centrodestra unito, in opposizione, invece, alla controproducente dispersione romana. Eppure, nelle ultimissime ore una frattura sembra essersi aperta in quella che pareva fino a poco fa la classica famigliola felice del Mulino Bianco. Una frattura spalancatasi, peraltro, su un tema particolarmente caldo: quello delle moschee.

Nodo moschee
In questione, in particolare, la pur moderata apertura di Parisi alla costruzione di una nuova moschea a Milano. Il candidato del centrodestra, infatti, ha approvato l'idea «nel rispetto delle regole», sostenendo che «le comunità musulmane di Milano hanno il diritto di pregare nei loro luoghi di culto», come d'altronde garantisce la Costituzione. Risposta sbagliata, almeno per Matteo Salvini. Che ha ribadito che «Dove c'è la Lega in amministrazione in questo momento storico una moschea non ci sta. Dove governa la sinistra chiediamo referendum». Del resto, la giunta leghista lombarda che fa capo a Roberto Maroni è nota, tra le altre cose, per la legge anti-moschee promulgata lo scorso anno e poi di recente bocciata dalla Corte Costituzionale. Una legge che, nel tentativo di rendere impossibile la costruzione di luoghi di culto per islamici, la vincolava a una lunga serie di limiti urbanistici. Strano che Parisi possa essersi dimenticato di una simile circostanza, quando si è detto favorevole alla costruzione di una nuova moschea a Milano. L'altra ipotesi è che non se ne fosse affatto dimenticato, ma volesse marcare la sua distanza dalla posizione - in odore di incostituzionalità - della Lega Nord.

Un problema politico, anche a Milano
Se fosse così, però, il problema sarebbe innanzitutto politico. Da un lato perché paleserebbe una sostanziale incompatibilità di visioni tra il candidato sindaco e uno dei principali partiti che lo sostiene; dall'altro perché ricorderebbe pericolosamente quanto accaduto di recente nella Capitale. E' stata infatti una frase sui rom - altro tema caldo per il centrodestra e, in particolare, la Lega - a scatenare la reazione del segretario del Carroccio nei confronti del candidato sindaco Guido Bertolaso. E' stato proprio dalla «gaffe» di quest'ultimo - che ha definito i rom una «minoranza vessata»  - che Salvini si è convinto che l'ex capo della Protezione Civile non poteva rappresentare la Lega in occasione delle comunali romane. Di qui, la frattura in seno al centrodestra e tutte le vicissitudini che ormai conosciamo bene.

Roma capriccio isolato?
Certo, il caso di Bertolaso è particolare. Perché Salvini nutriva dei dubbi (legati ai due processi in cui il candidato è implicato) già prima di assistere alla pericolosa gaffe. Su Parisi, il segretario del Carroccio si è mostrato sempre piuttosto deciso. Eppure, proprio perché la differenza di vedute riguarda una questione tanto centrale per la Lega, è difficile che Salvini possa passarci sopra con nonchalance. E il rischio, a questo punto, è che Milano diventi una nuova Roma, con conseguenze potenzialmente catastrofiche. Silvio Berlusconi non ha voluto commentare la vicenda, ma si è augurato che «il caso Roma resti un capriccio isolato». Che poi, tanto isolato già non è. Un simile stallo riguarda infatti altri comuni, come Napoli, Torino e Bologna. Ieri, l'ex Cavaliere ha cercato di mettere una pezza, intervenendo telefonicamente ad una iniziativa nel capoluogo campano, strategia messa in atto anche al congresso regionale toscano di Fi in corso ad Arezzo. Ma alla fine le divisioni rimangono: perché Berlusconi rimane convinto che Gianni Lettieri, in corsa da mesi a Napoli, potrebbe «passare» al primo turno, se non ci fossero liste di «disturbo», come quella di Fdi. Più che isolato il caso di Roma, sembrerebbe esserlo quello di Milano. O, almeno, esserlo stato, finché anche nel capoluogo meneghino non sono sorte le prime tensioni. E se ad oggi Giorgia Meloni continua a chiedere una ricomposizione del centrodestra, nel caso in cui anche a Milano si consumasse la scissione, la rappacificazione sarebbe un'oasi nel deserto. Più di quanto non lo sia finora.