14 novembre 2019
Aggiornato 19:30

Meloni: «Della leadership non frega niente a nessuno». Ma è davvero così?

Secondo la neo-candidata sindaco di Roma, Giorgia Meloni, Berlusconi deve capire che «del problema della leadership del centrodestra non frega niente a nessuno». Osservazione solo in parte condivisibile: perché le amministrative sono il preludio di una sfida più grande. E se non ci si riesce a mettere d'accordo su scala locale, come si potrà trovare il leader?

ROMA -  La speranza di Silvio Berlusconi è che il suo sfortunato candidato sindaco di Roma, Guido Bertolaso, sia colto da un destino simile a quello che ebbe Renata Polverini, che riuscì a diventare presidente della Regione Lazio nonostante il caos e la mancata presentazione delle liste. Eppure, per ora i presupposti non sono dei migliori. Con la candidatura di Giorgia Meloni, sostenuta dalla Lega Nord, il risultato che Bertolaso spera di ottenere è divenuto un miraggio ancora più lontano. Ma il Cavaliere non si scompone, e tira dritto. Nonostante anche sul suo candidato torinese, Osvaldo Napoli, si stia riproponendo lo scenario verificatosi nella Capitale: dopo il «no» della Lega, anche FdI ha deciso di non sostenerlo. Ormai è chiaro che il «braccio di ferro» in corso è più che altro su scala nazionale: a confermarlo, dopo la rottura a Roma e Torino, la sconfessione di Salvini del candidato forzista a Napoli Gianni Lettieri che già era stato abbandonato da FdI.

Dalle città alla leadership
Ma la presidente di Fratelli d'Italia e neo-candidata sindaco di Roma, nella «reunion», ci spera ancora. «Nonostante gli insulti che volano in questi giorni, spero ancora si possa ricucire», ha dichiarato, augurandosi che Bertolaso «rimanga al» suo «fianco», e «che Berlusconi capisca che del problema della leadership del centrodestra non frega niente a nessuno». Ma, ci si chiede, è davvero così? Di certo, il popolo del centrodestra non avrebbe voluto vedere i veti e i colpi di mano che hanno tenuto banco in questi giorni. Al contrario, si sarebbe aspettato un programma più chiaro per le città - in particolar modo Roma -, possibilmente che preludesse alla ben più complessa sfida su scala nazionale. Perché poi, archiviate le amministrative, nel 2017 si dovrà parlare di come sconfiggere Renzi, e di certo non si potrà aspirare a farlo se ognuno corre da solo. La Meloni ha quindi ragione a dire che la questione della leadership è per ora secondaria, ma lo è solo nella misura in cui le amministrative sono ad oggi l'appuntamento prioritario che potrebbe far traballare il trono del Matteo fiorentino: e se non ci si riesce a mettere d'accordo lì, come pensare di farlo in vista delle elezioni politiche?

L'importanza del leader
Amministrative a parte, però, la questione della leadership non è affatto priva di interesse. Il leader - è facile capirlo - è colui che mette la faccia, ed è dunque l'anima di un progetto politico. Cosa sarebbe stata Forza Italia nel '94 senza Silvio Berlusconi? Del resto, sul fatto che i colpi di mano del Cavaliere in ambito locale siano una strategia per dettare le regole del gioco su scala più ampia ci sono pochi dubbi. Lo ha capito anche il leader dei Conservatori riformisti Raffaele Fitto, secondo cui «Non si può tenere parcheggiato il centrodestra». Per l'ex forzista, anzi, il Cavaliere starebbe cercando di impedire la competizione all’interno del centrodestra per «non dare dispiaceri a Renzi».

Verso il 2017...
Quella della leadership, dunque, è una questione fortemente controversa. Perché se l'impasse romano ha di fatto dimostrato che è prematuro parlarne, e che l'argomento, quando sarà affrontato, causerà parecchi mal di pancia, d'altra parte è innegabile che prima o poi l'elettorato chiederà che il nodo venga sciolto. Anche la strategia tenuta da Salvini a Roma dimostra come, di fatto, è anche in occasione delle amministrative che si pongono le basi per il futuro: ecco perché il leader della Lega, in qualità di guida del primo partito dell'area, non ha accettato a mani basse i giochi di Berlusconi. Come si vede, la posta in gioco è altissima. Il rischio, come abbiamo già detto, è quello di perdere di vista gli interessi delle città, prima di tutto Roma, fino ad oggi la grande assente nel dibattito. Contemporaneamente, però, è illusorio pensare che dietro alle mosse dei leader non si nasconda un calcolo preciso in vista del 2017. Perché la sfida più grande rimane pur sempre quella di battere Renzi: e, per farlo, scegliere il leader giusto è una condizione irrinunciabile.